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I BOSSI





I Bossi sono un'antichissima dinastia di organari tra le più importanti d'Italia, di origine comasco-ticinese, risalente al sec. XVI, la cui presenza a Bergamo è documentata dal 1703 al 1911.

Poche sono, tuttora, le notizie storiche su di loro. Un primo fondamentale lavoro per l'inquadramento genealogico della famiglia è stato pubblicato nel 1978 da Pier Maria Soglian. Manca, tuttavia, un approfondito studio sulla loro secolare attività, compito tutt'altro che facile; la vastità della loro opera, infatti, richiede un notevole sforzo di indagine, reso ancor più difficile dalla scarsa conoscenza di documenti non solo del secolo XVIII ma anche delle varie ditte (nell'Ottocento sono tre) che prendono vita dal medesimo ceppo, espressioni di personalità indipendenti.

Svolgono attività soprattutto in Italia del Nord, in alcune zone dell'Italia centrale e dell'Asia Minore. Mancano i cataloghi delle loro opere. Si può ipotizzare che dalle loro officine escano all'incirca mille organi; rari sono quelli superstiti di epoca settecentesca, numerosi, invece, quelli di epoca ottocentesca, molti dei quali vere opere d'arte; la Bergamasca ne custodisce un cospicuo numero. I giudizi dei contemporanei sono di sincera stima, confermata anche dai posteri, non solo per le ottime caratteristiche timbrico-sonore e di costruzione delle loro opere, ma per l'intelligente capacità di soddisfare le molteplici esigenze delle chiese committenti sia dal punto di vista contrattuale sia da quello musicale.

Nel Settecento

Fino a qualche decennio fa gli studi sull'organaria ignoravano quasi completamente l'opera dei Bossi. Eppure, per buona parte del Settecento questi organari erano più celebri dei Serassi; ne sono prove la costruzione dell'organo della cattedrale di Bergamo nel 1728 e nel 1737 ad opera di Antonio Bossi e del figlio Angelo, e il rifacimento dell'organo di S. Maria Maggiore documentato nel 1782. In questo secolo resta dunque ai Bossi il privilegio di servire le due maggiori chiese di Bergamo.

Anche i giudizi dei contemporanei nei loro riguardi sono di apprezzamento, talvolta espresso in modo superlativo, come documentano alcune note d'archivio: nel 1713 Antonio Bossi è definito "organaio bravissimo" (Astino); suo figlio Angelo è citato come "fabbricatore d'organi veramente insigne" (Cenate S. Leone, 1760); oppure "celebre organaro" (Gorlago, 1763); i Bossi sono definiti "i più eccellenti e decantati Artefici di tale professione" (Zorzone, 1767).

Essi hanno un proprio e ben definito stile: nella costruzione delle canne e delle strutture lignee e meccaniche (somieri e catenacciature); nella concezione di progettazione; nella segnatura del somiere, del crivello e delle canne secondo il sistema numerico arabo (la nota di appartenza è segnata con una croce); nella disposizione fonica; nelle caratterizzazioni timbriche; nelle sonorità; elementi e caratteristiche, questi, che fanno dell'organaria Bossi una vera e propria scuola. La loro azione si estende in numerosi territori: Comasco, Bresciano, Milanese, Parmense, Veneto, Piemontese.

A Milano Giovanni Antonio Bossi è artefice di un restauro agli organi del Duomo (dopo il 1729); dal 1750 suo figlio Angelo lavora in società con il milanese Rocco Longone Binago nel restauro e nella manutenzione degli organi del Duomo, e ha un laboratorio nella stessa città. A proposito una nota d'archivio dice: "Quanti organi ha fatto in Bergamasca e Milanese sempre incontrò applauso". Sempre a Milano, Giuseppe figlio di Angelo si segnala per la costruzione di un particolare tipo di organo con tutti i quarti di tono, detto "enarmonico", commissionato nel 1780 dal Duca Serbelloni.

Il ruolo avuto dai Bossi nell'organaria bergamasca e, più in generale, in quella lombarda del '700 è tutto da studiare. Essi riecheggiano l'opera del costruttore fiammingo Hermans, di cui conoscono molto bene l'importante organo del Duomo di Como (1650), da loro stessi riparato nel 1718, che assurge a simbolo dell'organaria più avanzata; tale organo incanta per la sua potenza e soprattutto per la sua varia e multiforme sonorità, "che è possibile farne uscire ogni suono d'usignolo e di campane, di lucherino e di bordone e così via"; e la Fabbrica del Duomo di Bergamo nel 1728 commissiona ai Bossi la costruzione dell'organo "simile a quello della Cattedrale di Como".

I Bossi, fino alla morte di Angelo I (1776), sono di una audacia costruttiva e propositiva sorprendente; in generale, possiamo affermare che essi curano molto la qualità della costruzione e le sonorità; ad esempio, la falegnameria è di prim'ordine; la costruzione delle canne è accurata; i metalli e i legnami sono ben lavorati; le meccaniche (catenacciature, parti trasmissive), oltre ad essere disposte in modo razionale, sono resistenti e pronte. Nella costruzione delle canne è caratteristico l'utilizzo del piombo per i piedi e dello stagno per le tube. Nel gusto delle sonorità preferiscono suoni piuttosto caldi e rotondi rispetto a quelli più chiari e aperti dei Serassi.

Dopo la morte di Angelo I (1776), i due figli Francesco e Giuseppe fanno bottega a sé, nella stessa casa di Borgo Canale; ciò indebolisce la loro forza operativo-contrattuale. La loro opera si sviluppa grazie anche al continuo e ravvicinato confronto con quella dei Serassi, creatori d'innovazioni tecniche che i Bossi fanno proprie, senza, tuttavia, rinunciare alle proprie caratterizzazioni timbriche. Lo stesso Giuseppe Serassi II nelle sue Lettere (1816) ricorda i Bossi tra gli organari del suo tempo più meritevoli di lode. Distinguiamo i due rami.

  • Dal ramo di Giuseppe (1742-1816) discende Carlo (1770-1836), figura di spicco nel panorama organario lombardo a cavallo dei due secoli; tra i figli di costui che si dedicano all'arte organaria (Felice 1795 - dopo 1873, don Giuseppe 1800-1862, Pellegrino 1802-?, Gerolamo 1804-1877, Adeodato 1806-1891), emergono personalità di grande spessore: Felice, che verso la metà secolo con alcune maestranze e il figlio adottivo Giacomo Vegezzi di Bergamo si trasferisce definitivamente a Torino, ove darà sviluppo ad una ditta che diverrà protagonista nel panorama italiano di fine Ottocento; e Adeodato, che diviene uno dei migliori costruttori d'organi italiani.

  • Dal ramo di Francesco (1738-1803) discendono Giovanni (1779- 1821), e Angelo II (1793 - dopo 1861); questi danno vita ad una ditta operosa, che dopo la prematura morte di Giovanni (nel 1821) viene chiamata "Angelo e Nipoti Bossi"; i nipoti sono: Aurelio (1812-1847), Francesco II (1818-1861), e Giovanni (1821-dopo 1863).

Nell'Ottocento

Di grande rilevanza è l'opera dei Bossi in questo secolo, tuttavia non possiamo ancora dare delle ampie ed esaurienti valutazioni; è possibile delineare invece l'opera e la figura del loro massimo rappresentante: l'organaro Adeodato, interessante inventore, artista di talento attivo per quasi tutto il secolo. Egli ha trent'anni quando, dopo la morte del padre (1836), si mette in proprio con altri tre fratelli, don Giuseppe, Girolamo e Pellegrino; aggiunge al cognome paterno quello materno di Urbani distinguendo così la propria bottega organaria da quella del fratello Felice e dei cugini. Questo artista è chiamato dalle cronache "inventore geniale", "eccelso costruttore", "celebrità dell'arte", "degnissimo maestro", "artista non secondo a nessuno". Dotato di coraggio e di straordinaria inventiva, diventa famoso in Italia nel 1847 con la costruzione dell'organo di S. Colombano al Lambro nel Lodigiano, formato da 107 registri e 4463 canne (organo che, purtroppo, oggi non esiste più) su progetto dell'acclamato organista Padre Davide da Bergamo. Dopo l'organo di S. Colombano la sua fama si accresce.

Le sue invenzioni organarie ricevono autorevoli riconoscimenti; nel 1846 ha onorevole menzione dall'Imperiale Regio Istituto di Scienze ed Arti di Venezia per la macchina pneumatica di produzione dell'aria per i mantici dell'organo, chiamata "Eolomotore", in seguito perfezionata fino a ricevere nel 1855 la medaglia d'argento dall'Imperiale Regio Istituto di Scienze, Lettere ed Arti di Milano. Questa ingegnosa macchina consiste in quattro pompe (piccoli mantici) azionate a due a due da un manubrio, che alimentano un mantice di riserva del tipo "a lanterna" più sviluppato in altezza che in larghezza; si ottiene così un flusso d'aria pronto, regolare, forte, prodotto dalla potenza di un solo manubrio messo in moto da una lieve pressione, tant'è che "due soli mantici bastano per un organo che ne potrebbe almeno otto e un fanciullo di dieci o dodici anni, e con una sola mano mantiene la pressione attiva"; l'organo viene approntato "colla rapidità dell'attimo, è mantenuto in una perfetta uguaglianza di vento sempre la stessa", ed è impedito qualsiasi ondeggiamento del medesimo, difetto troppo comune negli organi; infine l'invenzione "dona all'organo una forza mirabile attutendolo nella irregolarità di suono chiamato asma".

Egli è chiamato a costruire organi in importanti chiese di città italiane e straniere (Faenza, Roma, Bologna, L'Aquila, Piacenza, Cremona, Locarno, Smirne, Costantinopoli...) tra cui quello della chiesa delle Stimmate a Roma (1856), dove è premiato con medaglia d'oro coniata al suo nome.

Nel 1858 il celebre organista Padre Davide scrive che il miglior costruttore d'organi italiano del momento è Adeodato Bossi. Seguono altri allori; nel 1881 è premiato all'Esposizione nazionale di Milano per l'invenzione del doppio ventilabro (del somiere); essa ha lo scopo di attenuare la pressione del vento, cioè di vincere la resistenza in modo che la tastiera sia più leggera "rendendo in tal modo l'organo facile al tatto". Nel 1887 applica primo in Italia l'elettricità all'azione dell'organo (si tratta dell'organo Serassi 1781 in cornu Evangelii nella chiesa di S. Alessandro in Colonna a Bergamo); nel 1888, a ottantadue anni (!) riceve il Diploma di Benemerenza e medaglia d'argento all'Esposizione di Bologna. Sposato con Zoe Gilardoni, ebbe come successore il valentissimo nipote Luigi Balicco Bossi (1833-1911).

Adeodato fu sempre tenuto in grande considerazione dai più celebri maestri di musica, e sincera amicizia gli professarono grandi maestri quali Mayr, Padre Davide, Nini, Ponchielli, Cagnoni. Riportiamo quanto un suo coetaneo e carissimo amico, Pietro Benigni, ha scritto all'indomani della sua morte (1891) sulla "Gazzetta Provinciale di Bergamo": "l'Adeodato Bossi è tal nome, è tal complesso di rilevanti ed onorifici fatti e di qualità eccezionali che occorrerebbe non una ma più colonne di giornale, ma un volume per ritrarlo degnamente. Eppure chi lo crederebbe? Nell'Adeodato Bossi l'ultima delle sue elette doti era la sua celebrità. Centinaia di lavori tra grandi e minori, disseminati qua e là nei più cospicui templi del mondo, fra i quali quelli di S. Colombano Lodigiano, di 120 registri, di S. Maria a Pera di Costantinopoli, della Cattedrale di Smirne, dei Domenicani a Bologna, delle Stimmate a Roma, di Corte Maggiore Parmigiana, di Romano di Lombardia, del grandioso tempio di Calusco, di S. Alessandro, della Basilica di Santa Maria Maggiore in Bergamo, ecc. ecc.; i lavori esaltati dagli intelligenti, cantati da esimii poeti, premiati con onorificenze invidiabili, non vincevano le sue virtù d'amico (non dirò di padre, perché non ebbe figli), ma di marito, di uomo interamente puro ed affettuoso, a cui si collegano l'ammirevole squisitezza del procedere, la innata gentilezza dell'animo, l'affabilità delle maniere, la dolcezza del carattere, la schiettezza candida e fidente. Instancabile soldato dell'arte, era ligio al suo dovere e scrupoloso esecutore degli impegni assunti ancorché questi non compensassero l'opera sua. L'ambizione e l'interesse non offuscarono mai la mente sua, e se un'ambizione ha avuta, è stata quella di far sempre meglio, di progredire nell'arte sua. Attività, lavoro e studio, ecco lo sprone costante della sua vita...".

Quanto all'aspetto prettamente organario le cronache del tempo, in occasione di collaudi di suoi organi, abbondano di elogi tra cui abbiamo individuato alcuni aspetti costanti: innovazione continua, efficienza e precisione delle meccaniche; soavità e rotondità dei suoni; proporzionata forza e nitidezza del Ripieno; invenzione e perfezionamento continui delle timbriche d'ancia (le sue ance sono a tutt'oggi famose e inimitabili); solidità delle strutture; utilizzo di materiali (tanto in legno quanto in metalli) di prima qualità; lavorazione ineccepibile, ingegnosa, semplice, funzionale. Dice di lui Corrado Moretti (1973): "costruì organi di eccezionale perfezione fonica e meccanica con uno stile personale di nobile impronta".

Dopo la sua morte la ditta è continuata dal nipote, figlio della sorella Ottavia, Luigi Balicco Bossi di Bergamo "allievo prediletto, modesto e fervido d'ingegno, versatissimo nell'arte organaria". La sua attività, sempre di alta qualità, è volta principalmente al restauro e alla manutenzione dell'enorme patrimonio organario della famiglia, unitamente alla costruzione di nuove opere di sicuro valore. Con la sua morte avvenuta nel 1911 finisce una delle grandi dinastie della storia organaria italiana.


 

 
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