Logo Provincia di Bergamo
Benvenuti nel sito della Provincia di Bergamo

Salta la navigazione principale

Sei in: Home / ATTIVITA' / Ambiente / Aree protette e biodiversità
Acarattere piccolo - Acarattere medio - Acarattere grande
|
  data odierna:   
|

Monte Bastia e del Roccolo

Sede del Parco: Municipio di Villa di Serio, via Papa Giovanni XXIII° 60, 24020 Villa di Serio (Bergamo).
Telefono 035 654600 - Fax 035 654699.
eMail: info@comune.villadiserio.bg.it
sito internet: www.comune.villadiserio.bg.it 

Riconoscimento: Delibera Giunta Provinciale numero 98 del 28 febbraio 2011.
Piano pluriennale degli interventi 2010-2012: Determinazione Dirigenziale numero 1307 del 06 maggio 2011.
 
Comuni: Scanzorosciate, Villa di Serio.

Provincia: Bergamo.

Ente Gestore: Comune di Villa di Serio.

Superficie: 653 ettari così suddivisi per Comune: Villa di Serio 257 ettari, Scanzorosciate 396 ettari.

Altimetria: 270/499 metri sul livello del mare.

Contributi provinciali:
Delibera Giunta Provinciale 644/2011
Attività didattica, studio degli habitat e territorio del PLIS Euro 8.680

Inquadramento geografico
Il PLIS Monte Bastia e del Roccolo è situato nei territori dei comuni di Scanzorosciate e Villa di Serio. Il comune di Scanzorosciate ha una superficie di 1.078 ha e ne riserva 396 ha (36% del territorio) per l'istituzione del PLIS in oggetto. Il comune di Villa di Serio ha invece una superficie di 456 ha (meno della metà di Scanzorosciate) e riserva al PLIS 257 ha che corrispondono al 56% del proprio territorio. Lo stesso comune è inoltre già interessato dal PLIS del Serio Nord con altri 62 ha del proprio territorio (Scanzorosciate è pure presente nel PLIS Serio Nord con 8 ha). I due comuni interessati sono presenti, in merito al territorio del PLIS, su versanti opposti della stessa fascia collinare. La parte interessante il comune di Villa di Serio appartiene al versante terminale della Valle Seriana, in stretta relazione con il fiume Serio mentre la parte del comune di Scanzorosciate si presenta orientata verso Sud e protesa verso l'imbocco della Val Cavallina. Elementi caratterizzanti del PLIS sono i rilievi collinari posti lungo il crinale e culminanti nel monte Bastia (411,2 metri slm) e del Roccolo (462,7 metri slm), posti a confine tra i due comuni. La collocazione del PLIS è a ridosso della conurbazione Est-Ovest che, partendo dal capoluogo, occupa, in continuità, l'area pedecollinare della provincia. Pertanto la sua presenza e le possibilità di renderlo fruibile alla popolazione, anche agli abitanti dei comuni esterni a quelli interessati dalla proposta, fanno si che la sua tipologia assuma gli aspetti di interesse sovracomunale come richiesto da questa particolare istituzione. I rilievi del monte Bastia e del Roccolo sono l'inizio del sistema dei rilievi montani che spazialmente vedono nel monte Misma uno dei primi rilievi che raggiungono e superano quota mille metri. La valle Serradesca con i dolci pendii vitati e la valle della Gavarnia, seppur interessata solo dai versanti a nord, costituisce le altre porzioni di Parco introducendo ambienti naturali con caratteri diversi. A Nord il paesaggio è caratterizzato dal sistema collinare interrotto dalla valle del torrente Gavarnia. A Est la valle Serradesca confina anche con Torre de' Roveri e Cenate Sotto, in adiacenza al PLIS delle Valli d'Argon di recente istituzione. A ponente un altro PLIS quello denominato del Serio Nord definisce i confini dell'ambito in esame. Diverse sono dunque le valli e vallecole che connotano il PLIS. Fra le più importanti per dimensioni, si elenca la valle Serradesca dove nasce e scorre il torrente Zerra, la valle di Gavarno con il torrente Gavarnia, la valle Capla con orientamento prevalente Est-Ovest e i più modesti Fosso Fiobbio e torrente Gambarone che si immette nel torrente Zerra. Il fiume Serio, pur non essendo direttamente interessato dal Parco, entra nel PLIS del Monte Bastia e del Roccolo con il proprio sistema naturale di relazioni. Il PLIS proposto ha una superficie complessiva pari a circa 653 ha e si articola fra una quota di circa 270 metri slm sino a circa 499 metri slm.

Il Parco come connessione ecologica
L'ambito in esame rappresenta, nel contesto geografico, un tassello importante di quell'ambiente collinare che preannuncia il sistema delle prealpi orobiche. Tale ambiente è caratterizzato da una serie di versanti assolati, dove è maggiore la presenza dell'uomo, con i suoi insediamenti e le coltivazioni a vite, mentre quelli rivolti a nord vedono prevalere il bosco.
Il PLIS in esame riveste un ruolo importante che va oltre la tutela e la valorizzazione degli ambiti agricoli individuati. La particolare collocazione geografica, la forma, i Parchi limitrofi e vicini e le potenzialità intrinseche di espansione attribuiscono al Parco il ruolo importante di cerniera fra gli ambiti naturali dell'alta pianura bergamasca e il sistema montano rappresentato principalmente dal monte Misma. Inoltre, la presenza del Serio rappresenta nel contesto un ulteriore elemento che rafforza quella connessione ecologica fra sistemi diversi e quindi il Parco riveste quel ruolo di connessione "trasversale” tanto necessario nella geografia del bacino padano. Nel quadro geografico bergamasco il PLIS ha una sua ben chiara connotazione, appunto di "cerniera” far ambienti vallivi e montani ben identificati e la pianura.
La particolare forma a "L” del Parco, in parte affacciato sulla Valle Seriana e in parte sulla pianura, con le valli che si aprono in direzioni diverse, introduce un tema importante nell'approccio ambientale al territorio in precedenza accennato: i corridoi ecologici. Il tema del corridoio ecologico, ormai diffuso anche nella pianificazione locale, è un obiettivo primario dei PLIS ed è, nella situazione in esame, ben definito. Infatti, tale ruolo di collegamento fra aree ricche di fauna e di flora, rappresentate dai rilievi collinari e dalle incisioni fluviali, e le aree periurbane e di pianura maggiormente antropizzate e povere di biodiversità, costituisce uno dei caratteri del Parco. In particolare la connessione fiume Serio/PLIS del Monte Bastia e del Roccolo/sistema del monte Misma evidenzia l'importanza di tale ambito già segnalato anche dalla pianificazione Provinciale. Tale connessione è altresì rafforzata dal risultato delle aree a PLIS già riconosciute: il PLIS del Serio Nord a ponente e il PLIS delle Valli d'Argon a levante arricchiscono quella già citata connessione "trasversale” che si estende geograficamente da Villa di Serio a Cenate Sotto. La presenza vicina dell'Oasi WWF della Valpredina, in comune di Cenate Sopra, è un ulteriore elemento di ricchezza naturalistica che favorisce la diffusione, entro l'ambito in esame e gli ambiti urbanizzati al contorno, di flora e fauna endemica. Tale ricucitura biologica del sistema collinare è altresì favorita dal reticolo idrografico già in parte descritto che si estende verso la pianura alimentando il bacino del torrente Zerra. La valle Sarradesca, dalla quale trova origine il citato torrente Zerra, la valle del Gavarno e la valle Capla, nonché la stessa Val Seriana sono le principali aste fluviali di un reticolo idrografico ben più complesso e ricco.

Paesaggio naturale e artificiale
Il territorio interessato dal PLIS è caratterizzato da un paesaggio composto di colline con curve dolci e da valli e vallecole mai strette o incassate che hanno subito nei secoli l'opera incessante dell'uomo. Infatti, è importante premettere che, nonostante si scriva della presenza di ambiti naturali, di tutto questo, come "natura vergine”, esiste ben poco o nulla. La particolare ubicazione vicina alla città, il carattere accogliente dei colli, la strategica posizione all'imbocco della Val Seriana e l'esposizione felice dei versanti hanno determinato da sempre la presenza attiva dell'uomo nel contesto dell'attuale PLIS sin dall'antichità, testimoniata dalla presenza di case di villeggiatura (ville), cascine in grande numero, roccoli e da una fitta rete di percorsi. Se i versanti assolati hanno conosciuto la presenza delle tecniche agrarie legate soprattutto ai vigneti, i versanti a nord mantengono importanti fasce boscate. Nel fondovalle sottili fasce boscate di carattere igrofilo evidenziano la presenza di corsi d'acqua, che spesso assumono il carattere di ruscello palesando, soprattutto nei mesi estivi, le deboli sorgenti poste a monte. Tale artificializzazione del paesaggio mediante l'introduzione di tecniche e colture che hanno trasformato l'ambiente naturale ha origini antichissime poiché gli ambienti collinari erano luoghi privilegiati sia per la ricchezza dei frutti, che garantivano la sussistenza, sia perché costituivano il sistema di "vie alte” importanti per gli scambi, per gli spostamenti delle popolazioni e per il controllo anche con presidi fortificati. Infatti, è ormai accertato che anche diverse vie pre-romane transitassero lungo i rilievi collinari, evitando le aree di pianura insicure e caratterizzate da fitti boschi, corsi d'acqua e aree paludose. Anche il microclima determinato dalla morfologia dei colli e dalla particolare ubicazione nel quadro geografico lombardo ha spinto l'uomo a insediarsi, esaltando con la viticoltura il carattere dolce dei versanti e la particolare esposizione. Gli ambiti a fondovalle hanno subito trasformazioni forti che hanno influito sul paesaggio: i boschi igrofili fitti e intricati creati dai corsi d'acqua, che un tempo divagavano nella pianura, sono stati ridotti a sottili strisce che accompagnano i corsi d'acqua regimentati in favore di un'agricoltura che previlegiava anche nei contesti pianeggianti il vigneto al quale si aggiungevano i seminativi o il prato intervallati da regolari filari di gelsi indispensabili per la bachicoltura. Questo paesaggio agricolo che cingeva i nuclei storici, ben conservato sino al secondo dopoguerra, ha subito in generale, l'aggressione della recente urbanizzazione a scapito soprattutto delle aree pianeggianti. Fra gli elementi di rilievo da evidenziare vi è la Valle Serradesca, nella quale nasce il torrente Zerra, che, anche causa della sua ubicazione discreta quasi nascosta dal grande sistema della mobilità, ha conservato intatto quel paesaggio agrario collinare tipico della fascia pedemontana.

I roccoli
Fra gli elementi che caratterizzano il paesaggio collinare del PLIS non si può non rilevare la presenza di numerosi roccoli che da secoli appartengono alla tradizione culturale e sociale della
Bergamasca. Infatti, la particolare concentrazione di dette strutture per la cattura degli uccelli, che appartengono alla famiglia delle Uccellande, attribuisce un particolare valore all'ambiente in esame. La tecnica di caccia agli uccelli attraverso il roccolo, diffusa nel territorio bergamasco almeno sin dal Cinquecento, era legata a quella necessità di sussistenza che ha caratterizzato i secoli scorsi. Nel territorio del PLIS in esame i roccoli divengono un vero e proprio fenomeno (circa una decina di roccoli) che interessa prevalentemente la cresta del sistema collinare che separa la Val Seriana dalla valle di Gavarno. La concentrazione di dette strutture è stata favorita dalla particolare posizione affacciata sulla pianura e all'imbocco della valle Seriana dove è notevole il passaggio degli uccelli migratori. Il valore dei roccoli è anche legato alle strutture soprattutto arboree che compongono l'uccellanda, divenendo parte rilevante del paesaggio ed elemento artificiale che diviene "architettura vegetale” e fulcro visivo nella campagna. I roccoli hanno subito negli ultimi decenni una sorte diversa: alcuni sono stati abbandonati, mentre altri riconvertiti in capanni. In generale sono pochi i roccoli che conservano uno stato di buona conservazione, forse per la mancanza di quell'attività instancabile necessaria per conservare dette strutture vegetali. Fra i roccoli ancora presenti, anche se in condizioni di stato e d'uso diversi, abbiamo il roccolo Cerri e il roccolo Celinate, il roccolo del Costone di Gavarno e il roccolo sopra la cascina Terzago. Nell'area del monte del Roccolo abbiamo il roccolo de Agnelotto (Legnelotto nella carta IGM del 1889) e il Roccolone. Il territorio del Parco possiede inoltre uno dei pochi roccoli della Provincia di Bergamo, il roccolo Agazzi, ancora attivi e autorizzati per la cattura degli uccelli.

Criticità
La provincia di Bergamo con oltre 1.000.000 di abitanti è interessata da profonde trasformazioni territoriali che raggiungono particolare intensità nell'alta pianura, agli sbocchi vallivi e nella fascia prealpina esterna, ambiti di rilevante valore paesistico e naturalistico, si pensi, ad esempio, al contesto insubrico. La conurbazione di Bergamo, costituita dal capoluogo e dal continuo urbano dei centri di corona supera i 300.000 abitanti e si salda da un lato alla "città lineare" che interessa la bassa e media Val Seriana, dall'altro alla "città diffusa” che investe l'alta pianura Lombarda. L'area è interessata da dinamiche che tendono a colmare i residui spazi rurali con edificazioni residenziali, industriali e servizi. In particolare l'alta pianura bergamasca e gli sbocchi vallivi attraversati da forti dorsali infrastrutturali, in rafforzamento nei prossimi anni, corrono il rischio che il modello dell'espansione e aggregazione degli insediamenti a schiera o a pettine lungo le vie di comunicazione, come avvenuto in fregio all'autostrada Milano-Bergamo, determini l'ulteriore saldatura dei centri, indipendentemente e a discapito dei riferimenti ambientali, storici e paesistici d'appoggio. Pressante è quindi la necessità di interventi di riequilibrio ecologico e, nel contempo, per l'elevata densità abitativa è più marcata la richiesta di ambiente.

Nascita della rete ecologica
Fino agli anni Ottanta la tradizione politica di conservazione della natura e del paesaggio si basava sull'istituzione di aree protette, spesso isolate le une dalle altre e circondate da matrici territoriali fortemente alterate. Negli ultimi anni tale concezione è stata soggetta ad un ripensamento critico, perché presuppone implicitamente il concetto che la risorsa natura e la qualità ambientale siano confinate nelle isole parco, mentre la maggior parte del territorio presenta livelli di qualità ambientale bassi o molto bassi. Inoltre il popolamento biologico, sia animale che vegetale, isolato nelle aree protette, corre un elevato rischio di estinzione per la forte consanguineità e per il maggior rischio di epidemie. La soluzione proposta è quella di andare oltre i parchi, pur riconoscendone il ruolo primario, e creare una rete molto diffusa d'aree e corridoi ecologici ad elevato grado di naturalità, che consentano di raggiungere livelli ottimali di funzionalità ecosistemica e di qualità della vita. Tale strategia permette di superare lo stato di isolamento e di insularità delle aree protette e di contribuire così a diffondere anche al territorio esterno le attenzioni ai valori di natura e di cultura perseguiti nelle aree protette. I corridoi ecologici, continui o discontinui, sono aree a sviluppo lineare che si differenziano dalla matrice agricola ed urbana in cui si collocano, e sono costituiti da siepi, fasce boscate, filari d'alberi, corsi d'acqua del reticolo idrografico minore e così via.

Aspetti vegetazionali: Introduzione
Il territorio collinare su cui insiste il PLIS è interessato da un composito mosaico vegetazionale: boschi, prati e coltivi. All'interno degli ambiti citati è possibile individuare habitat diversi con caratteristiche peculiari e zone di transizione tra gli stessi con caratteristiche intermedie tra quelle dei consorzi contigui. Lo stato di conservazione degli ambienti è variegato. Vi sono habitat in buono stato di salute e altri che presentano situazioni di degrado accentuato, a secondo della frequenza e della qualità degli interventi cui sono sottoposti. In generale si può affermare che l'abbandono delle attività agricole nel corso degli ultimi decenni ha favorito l'avanzamento del degrado a carico di tutti i consorzi vegetazionali. Alla luce dell'attuale situazione l'istituzione di un Parco può favorire la conservazione e la valorizzazione ambientale della collina attraverso interventi di tutela, di recupero e riqualificazione degli habitat. Questa operazione assume un'importanza rilevante alla luce della LR 12/2005 in cui si dispone che all'interno dei territori comunali siano individuati gli habitat di interesse comunitario previsti dalla Direttiva Habitat (92/43/CEE). La presenza di tali habitat, oltre ad accrescere il valore complessivo del territorio, offre l'opportunità di fruire di finanziamenti messi a disposizione per la loro conservazione, riqualificazione e valorizzazione.

Gli habitat del sistema collinare del PLIS: Gli habitat degli ambiti boscati
I boschi coprono circa il 60% del territorio del PLIS. Sono ambienti sottoposti da secoli a un intenso sfruttamento da parte dell'uomo. La loro composizione e la loro fisionomia attuale sono il frutto di interventi colturali che ne hanno influenzato l'evoluzione bloccandola a determinati stadi della loro evoluzione verso il climax, cioè la condizione di equilibrio naturale. Si tratta principalmente di boschi cedui in stato di abbandono o di semiabbandono che si possono far rientrare per la modestia delle dimensioni degli esemplari arborei, tra le "formazioni di boscaglia prealpina” (Giacomini, 1954). I boschi della collina rappresentano tuttavia un importante serbatoio di diversità biologica. Infatti, vi si concentrano più di 250 specie, pari al 45% circa del totale di quelle censite sul territorio indagato, percentuale che sale al 65%, se si considerano anche le specie che si raccolgono ai margini del bosco e nelle siepi, ambienti di transizione in qualche misura assimilabile al bosco stesso. Le indicazioni che si possono trarre dal modo in cui le 250 specie di bosco si raggruppano consentono di procedere a una prima suddivisione degli insediamenti collinari in due tipi: i boschi di versante, insediati sui pendii collinari e i boschi ripariali, posti sul fondovalle, su suoli umidi e profondi, in prossimità di corsi d'acqua, sorgenti e vallette. I boschi di versante possono essere suddivisi, a loro volta, in due categorie: i boschi termo xerofili di ambiente caldo e asciutto, tipici di suoli poco evoluti, con pH da subacido a subalcalino ed esposizione meridionale e i boschi mesofili di ambiente fresco umido, su suoli evoluti e con pH da neutro a subacido. La composizione dei consorzi boscati risulta fortemente influenzata e determinata dalla secolare gestione antropica e rende problematico un loro riferimento ad associazioni forestali tipiche della regione bioclimatica in cui rientra il territorio in oggetto. Appare pertanto più opportuno nella situazione in cui si trovano descriverli in termini di fisionomie vegetali in cui, di volta in volta, assume un ruolo dominante una o più specie. I confini di tali raggruppamenti non sono ovviamente definibili in modo netto, poiché tendono a sfumare uno nell'altro con una zona di transizione in cui si va modificando il rapporto percentuale tra le specie dominanti.

I boschi su suoli poveri e asciutti: Fisionomia a Roverella con Orniello e Cerro
In corrispondenza del crinale del monte del Roccolo e sul versante meridionale del monte del Costone, a causa dell'affioramento degli strati di calcare impuri, il suolo molto sottile e le condizioni ambientali difficili per carenza d'umidità e forte insolazione, diventa dominante la Roverella (Quercus pubescens), che forma boschi quasi puri, aperti e luminosi con conseguente sviluppo di una fitta copertura erbacea di tipo acidofilo, fra cui spicca per abbondanza la Gramigna altissima (Molinia arundinacea). Anche lo strato arbustivo è caratterizzato dalla dominanza di una specie in particolare, lo Scotano (Cotinus coggygria), al quale si accompagnano raramente Ligustro e Rosa cavallina (Rosa arvensis). Nelle radure sfruttate per gli appostamenti fissi di caccia in cui si pratica lo sfalcio dello strato erbaceo, la componente evolve verso il mesobrometo, consorzio caratterizzato da Forasacco maggiore (Bromus erectus), Paleo (Brachypodium rupestre), Trifoglio rosso (Trifolium rubens), Spigarola crestata (Melampyrum cristatum), Geranio sanguigno (Geranium sanguineum), Imperatoria apio-montana (Peucedanum oreoselinum). In queste comunità erbacee è relativamente comune la presenza di alcune orchidacee quali la Serapide (Serapias vomeracea), la Cefalantera (Cephalanthera longifolia), l'Orchide maggiore (Anacamptis pyramidalis), l'Orchidea gialla (Orchis provincialis), le Manine (Gymnadenia conopsea, G. odoratissima). Sul versante sud del monte del Roccolo il consorzio a roverella si infittisce e vede la partecipazione significativa del cerro (Quercus cerris), al quale si affianca frequentemente l'Orniello (Fraxinus ornus), dotato di ecologia adatta a queste condizioni. Nel sottobosco, per ampi tratti infestato da rovi, si inseriscono poche specie tra cui si annoverano Imperatoria cervaria (Peucedanum cervaria), Tormentilla (Potentilla recta), Cefalantera (Cephalanthera longifolia). Sul versante meridionale del monte Bastia, caratterizzato da pendii molto acclivi con affioramento del substrato ricco di carbonato e presenza di suoli molto sottili a reazione basica, il querceto a roverella è sostituito da lembi di boscaglia aperta a elevata frequenza di Orniello e Carpino nero. Tale comunità è in qualche modo assimilabile all'orno-ostrieto del quale non presenta tuttavia nello strato erbaceo Sesleria varia, specie che caratterizza l'associazione in ambito montano.

Fisionomia a Carpino nero e Querce con Orniello
Su suoli più acclivi e sottili la fisionomia del bosco assume una connotazione meso-termofila. In questo caso diminuisce la densità della Rovere e soprattutto del Castagno, sostituite dal Carpino nero. Anche l'Orniello tende a essere più frequente e a caratterizzare il sottobosco con la presenza di numerose plantule. Nelle parti sommitali della collina compare la Roverella che tende a sostituire la Rovere nello strato arboreo, mentre quello arbustivo si arricchisce di specie tendenzialmente xerofile quali Scotano (Cotinus coggygria), Ligustro (Ligustrum vulgare), Cornetta dondolina (Coronilla emerus), Prugnolo (Prunus spinosa), Pungitopo (Ruscus aculeatus), Viburno lantana (Viburnum lantana), Ginepro comune (Juniperus communis). Nello strato erbaceo compare l'Erba perla azzurra (Buglossoides purpureo-coerulea), l'Euforbia delle faggete (Euphorbia amygdaloides), la Bocca di lupo (Melittis melyssophyllum), l'Elleboro verde (Helleborus viridis), la Polmonaria subalpina (Polmonaria australis), la Cefalantera (Cephalanthera longifolia), l'Aglio grazioso (Allium cyrrhosum), specie che testimoniano la più spiccata termofilia del consorzio. Tale fisionomia si localizza soprattutto sui versanti occidentali della Valle Capla e su quelli nord-occidentali del monte del Roccolo.

I boschi di suoli freschi e maturi: Fisonomia a Castagno e Querce
Il raggruppamento ricopre i versanti rivolti verso i quadranti settentrionali e orientali della valle Capla, parte della valle Gavarnia e parte del versante orografico sinistro della Val Serradesca ed è costituito da consorzi mesofili tipici di suoli profondi, con un buon grado di umidità e reazione da acida a subacida. Gli alberi sono ben sviluppati e formano coperture dense e ombreggiate. Sui versanti villesi della collina le specie che caratterizzano il consorzio, sono il Castagno (Castanea sativa), la Rovere (Quercus petraea), alla quale si accompagnano, a seconda delle condizioni microclimatiche, Acero campestre (Acer campestre), Orniello (Fraxinus ornus), Carpino nero (Ostrya carpinifolia), Olmo (Ulmus minor). Nei boschi della Serradesca la Rovere è sostituita dalla Farnia ed è frequente il Pioppo vanescente (Populus canescens). É sempre presente la robinia che a tratti, favorita da interventi gestionali non corretti, prende il sopravvento sulle altre essenze formando macchie ben riconoscibili. Lo strato arbustivo è costituito prevalentemente da Sambuco (Sambucus nigra), Sanguinella (Cornus sanguinea), Biancospino (Crataeugus monogyna), mentre nello strato erbaceo sono comuni Felce aquilina (Pteridium aquilinum), Melica comune (Melica nutans), Paleo silvestre (Brachypodium sylvaticum), Primula comune (Primula vulgaris), Sigillo di Salomone (Polygonatum multiflorum), Mughetto (Convallaria majalis), Dente di cane (Erythronium dens-canis), Euforbia dei boschi (Euphorbia dulcis).

Il castagneto
Dove il consorzio a querce e castagni è stato o è oggetto di attente e regolari cure, il castagno assume il ruolo di specie dominante senza tuttavia dare luogo a consorzi puri. Anzi, oggi si assiste, in seguito alla riduzione delle cure colturali riservate ai castagneti (asportazione dello strame, contenimento dello strato arbustivo ed erbaceo), a un fenomeno di rinaturalizzazione del bosco con lo sviluppo di un sottobosco caratterizzato dalla ricomparsa delle querce, a tratti accompagnate da Orniello e Carpino nero.

Fisionomia a Farnia e Carpino bianco
La fisionomia a Farnia (Quercus robur) e Carpino bianco (Carpinus betulus) che caratterizza il fondovalle della Serradesca costituisce per composizione, estensione e stato di conservazione uno dei consorzi forestali più importanti e pregiati del PLIS. Le particolari condizioni di umidità e freschezza e la ricchezza d'acque consentono lo sviluppo, negli spazi creati dai meandri del torrente Zerra, di un consorzio vegetale strutturato, in cui si distinguono uno strato arboreo ben sviluppato, dominato dalla Farnia, cui si affiancano Carpino bianco e, in misura minore, Ontano nero (Alnus glutinosa). Il denso strato arbustivo a causa della assoluta dominanza di fusaggine (Euonymus europaeus), favorita dalle spiccate condizioni di freschezza del bosco, appare ad un primo sguardo quasi monospecifico. Non mancano tuttavia altre specie comunemente diffuse nei boschi freschi collinari, quali Sanguinella (Cornus sanguinea), Nocciolo (Corylus avellana) e Sambuco (Sambucus nigra). Lo strato erbaceo ospita, oltre alle specie tipiche dei querceti, quali Primula vulgaris, Polygonatum multiflorum, Pulmonaria officinalis, Anemone nemorosa, Lathyrus vernus, Viola riviniana, Euphorbia dulcis, rigogliose fioriture di specie tipiche di boschi umidi tra cui spiccano per rilevanza naturalistica, Omphalodes verna, Leucojum vernum, Paris quadrifolia, Shymphytum tuberosum, Asperula taurina. Risalendo il versante destro della valle, la composizione del bosco muta: alla Farnia si affianca la Rovere e compare il Castagno che a tratti diviene dominante. Lo stato di conservazione, a causa dell'intenso sfruttamento, appare in parte compromesso tanto che nelle radure prodotte dai tagli si inserisce frequentemente il Pioppo tremolo (Populus tremula), specie rustica con spiccate attitudini colonizzatrici. Lo strato erbaceo si arricchisce di altre specie di pregio naturalistico quali Erythronium dens-canis, Convallaria majalis e di numerose felci (Dryopteris. dilatata, D. carthusiana, D. filix-mas, D. gr. affinis, Pteridium aquilinum, Athyrium filix-foemina, Polypodium, vulgare).

Fisionomia a Castagno con Robinia
L'abbandono totale degli interventi di mantenimento del castagneto o una gestione scorretta dei tagli, unitamente al cancro della corteccia che da quarant'anni indebolisce il Castagno, ha favorito lo sviluppo, a tratti incontrollato, della Robinia (Robinia pseudoacacia) con conseguente trasformazione dei castagneti in consorzi degradati, in cui la specie esotica assume un ruolo importante o addirittura dominante, relegando il Castagno ad una presenza sporadica. La copertura erbacea dei consorzi a Castagno e Robinia, presenti soprattutto sul versante sinistro della Gavarnia, risente dell'intensità delle cure e dello stadio evolutivo. Il numero di specie presenti varia secondo le situazioni, ma è tendenzialmente contenuto. In generale la composizione dello strato erbaceo rispecchia quello dei querceti su suolo acidificato, tra cui spiccano Betonica (Stachys officinalis), Felce aquilina (Pteridium aquilinum), Anemone dei boschi (Anemone nemorosa), Verga d'oro (Solidago virga-aurea), Spigarola dei prati (Melampyrum pratense), Barba di capra (Aruncus dioicus), Melica comune (Melica uniflora), Camedrio scorodonia (Teucrium scorodonia). Nei quadranti più freschi compaiono anche specie microterme: Dafne mezereo (Daphne mezereum), Borrana (Omphalodes verna), Senecione silvano (Senecio fuchsii), Lattuga montana (Prenanthes purpurea), Erba lucciola maggiore (Luzula nivea).

Fisionomia a dominanza di Robinia
In corrispondenza delle zone collinari interessate da interventi distruttivi nei confronti della vegetazione originaria o da continuo e marcato disturbo, la Robinia ha preso il sopravvento. Lo strato arboreo del robinieto è molto semplificato ed è costituito da piante di Robinia coeve. Anche lo strato arbustivo è caratterizzato da poche specie fra le quali dominano il Sambuco, specie che con la Robinia forma un consorzio denominato Sambuco-Robinieto. Al Sambuco si è affiancata in tempi recenti la Spirea del Giappone (Spirea japonica), esotica spontaneizzata e molto competitiva. La componente erbacea risente delle cure fornite al bosco. Nei robinieti mantenuti puliti e collocati su suoli profondi, freschi e ricchi di humus, lo strato erbaceo accoglie numerose specie nemorali autoctone: Sigillo di Salomone (Polygonatum multiflorum), Latte di gallina (Ornithogalum umbellatum), Barba di capra (Aruncus dioicus), Geranio dei boschi (Geranium nodosum), Lattuga dei boschi (Prenanthes purpurea), Paleo silvestre (Brachypodium sylvestre), Felce femmina (Athyrium filix-foemina), Mughetto (Convallaria majalis), Colchico autunnale (Colchicum autumnale), specie tipiche dei querceti misti, le quali indicano che l'attuale consorzio costituisce una vegetazione di transizione, instabile, destinata ad evolversi verso il bosco di Farnia (Quercus robur) e Carpino bianco (Carpinus betulus). Nei boschi di robinia trascurati il sottobosco, si presenta molto degradato e inaccessibile a causa dello sviluppo di rovi. La fisionomia a dominanza di Robinia presenta nel complesso una diffusione limitata all'interno del PLIS attestandosi attorno alla cima e sul versante meridionale del monte Bastia, in contiguità con fisionomie più pregiate sul versante destro della Valle Serradesca e frequentemente all'interno degli altri consorzi con plaghe più o meno estese e sfumate.

Fisionomie vegetale del reticolo idrografico e delle zone umide: Fisionomia a Ontano nero
Nelle bassure della Valle Serradesca e di alcune vallecole laterali l'abbondanza di acqua favorisce il costituirsi di plaghe umide con suoli sortumosi su cui si sviluppano lembi di alneta pura a Ontano nero (Alnus glutinosa). Le cenosi a Ontano nero, nonostante l'esiguità della superficie occupata, rappresentano gli unici ambienti umidi del PLIS e rivestono pertanto un notevole interesse naturalistico. Lo strato erbaceo, a causa della costante presenza d'acqua sul
suolo, è costituito da un consorzio specifico di specie acquatiche in cui si annoverano Carici (Carex elata, Carex pendula, Carex hirta), Mazzasorda (Typha latifolia), Mazza d'oro minore (Lysimachia nummularia), Giunchi.

Fisionomia a Frassino maggiore
Nell'ambito territoriale dell'istituendo PLIS si collocano due torrenti (Gavarnia, Capla) e numerosi rioli che solcano i versanti del rilievo collinare. Gli elementi del reticolo idrografico minore naturale sono accompagnati, per ampi tratti, da cortine e filari arborei, che costituiscono i corridoi verdi di maggior pregio degli ambiti aperti e parzialmente urbanizzati. La dotazione vegetale è di valore perché accoglie una florula di rilievo sia in senso quantitativo sia qualitativo. Le condizioni di umidità e di freschezza determinate dallo scorrimento delle acque favoriscono l'insediamento di specie nemorali, anche microtermiche, tipiche dei consorzi boschivi mesofili dei versanti vallivi: Anemone nemorosa, Cardamine bulbifera, Primula vulgaris, Erythronium dens-canis, Omphalodes verna, Leucojum vernum, Polygonatum multiflorum, Allium ursinum e altre. Nello strato arboreo è significativa la marcata presenza del frassino maggiore (Fraxinus excelsior), accompagnato da Carpino bianco (Carpinus betulus), Pioppo nero (Populus nigra) e Ontano nero (Alnus glutinosa). L'equipaggiamento vegetale del reticolo idrografico minore è tra gli elementi strategicamente più importanti per la realizzazione di reti ecologiche di fondovalle che sappiano connettere il principale corridoio di continuità ecobiologica, rappresentato dal Serio, con i serbatoi di naturalità che si attestano sui versanti del sistema collinare.

Gli habitat degli ambiti aperti: Ambiti prativi
I prati sono associazioni artificiali ottenute per disboscamento di aree boschive che tendono ad evolvere in senso forestale (Banfi, 1990). La loro persistenza è dovuta, pertanto, ai continui interventi colturali dell'uomo. Questi ambienti aperti coprono una discreta percentuale del suolo collinare, in corrispondenza soprattutto delle migliori esposizioni e delle pendenze più dolci. L'estensione occupata è andata aumentando con l'abbandono progressivo della viticoltura. Molti prati, infatti, conservano ancora le tracce evidenti dei terrazzamenti su cui si coltivava, fino a qualche decennio fa, la vite. In funzione di diversi parametri, quali l'esposizione, il tipo di intervento colturale, il numero di sfalci, la presenza o meno di concimazione, il grado di umidità del suolo, si possono costituire diverse fisionomie vegetali a diverso grado di naturalità. I prati da sfalcio e i prati arborati costituiscono le cenosi più legate all'azione antropica, i prati semi-abbandonati e inariditi o quelli cespugliati, in cui è in atto un processo di riconquista da parte del bosco, rappresentano i consorzi a maggior grado di naturalità. Le formazioni di ambiente aperto sopra citate, nel loro insieme, ospitano un numero rilevante di specie con una netta diversificazione, quanto a composizione floristica, tra prati sfalciati e prati semiaridi.

Gli habitat di importanza comunitaria
Nell'ambito collinare villese sono presenti alcuni ambienti aperti che possono rientrare tra quelli indicati nella Direttiva Comunitaria Habitat (92/43/CEE). Si tratta di habitat di particolare interesse perché creati e mantenuti dall'uomo attraverso lo sfalcio regolare dell'erba: prati pingui che occupano il fondovalle, prati semiaridi, ricavati dall'asportazione di parte dei vigneti che coprivano i versanti meglio esposti della collina e coperture erbacee delle radure ricavate su suoli acidi e mantenute attraverso l'incendio. Dal punto di vista fitosociologico sono riferibili ad associazioni erbacee quali l'arrenatereto, il mesobrometo e il molinieto.

L'Arrenatereto
L'arrenatereto coincide con i prati stabili che occupano i pendii più dolci e accessibili della collina o le sue pendici; spesso sono intervallati a vigneti e prati arborati. I suoli su cui si insediano sono profondi e ricchi di argilla e, quindi, con una buona dotazione di umidità oltre che di sostanza organica, integrata periodicamente attraverso concimazioni con letame. Queste condizioni ambientali, unitamente al succedersi regolare di due sfalci annuali e a una regolare concimazione con stallatico, selezionano una flora ricca e diversificata. L'associazione caratteristica sviluppata su tre strati (Poldini, 1990) è chiamata arrenatereto dal nome della specie più rappresentativa, l'Avena altissima (Arrhenatherum elatius), che in primavera svetta su tutte le altre. Specie altrettanto tipiche dello strato alto sono: l'Erba mazzolina (Dactylis glomerata), l'Erba bambagiona (Holcus lanatus), la Fienarola dei prati (Poa pratensis), il Ranuncolo dei prati (Ranunculus acris), lo Spondilio (Heracleum spodylium). Nello strato medio si trova il Soffione (Taraxacum officinalis), il Millefoglio (Achillea millefolium), il Paleino odoroso (Anthoxantum odoratum), l'Erba lucciola dei prati (Luzula campestris), in quello basale dominano la Brunella (Prunella vulgaris), la Pratolina (Bellis perennis), la Peverina dei prati (Cerastium holosteoides). Contribuiscono a migliorare la qualità del foraggio che si ricava da questi prati anche le leguminose, fra cui si annoverano i Trifogli (Trifolium pratensis, T. repens, T. hybridum), la Cicerchia dei prati (Lathyrus pratensis), il Ginestrino (Lotus corniculatus), la Veccia comune (Vicia sativa ). In estate in questi prati, dopo il primo taglio, le graminacee lasciano spazio ai trifogli, ma, soprattutto, alla Pimpinella maggiore (Tragoselinum major) e al Fiordaliso nerastro (Centaurea nigrescens), che con il bianco e il viola delle loro infiorescenze caratterizzano il prato fino al successivo taglio. I prati stabili restano comunque l'habitat ideale delle specie di suoli e climi freschi, vale a dire degli elementi di origine europea e boreale. Fra le specie censite (più di 110) non vi è, infatti, nessuna specie di origine steppica o mediterranea. Molte delle piante tipiche dell'associazione a prato concimato, d'altra parte, tendono, a loro volta, a spingersi negli ambienti limitrofi. Secondo Poldini (1990), infatti, gli arrenatereti sono la fonte di specie in grado di colonizzare, grazie alla loro nitrofilia, anche i margini di strade e le zone ruderali.

Il Mesobrometo
I mesobrometi sono praterie ricavate sui pendii più acclivi che caratterizzano la fascia alta della collina o, addirittura, la zona del crinale. Molto spesso i prati semiaridi si sono formati sui terrazzi che ospitavano la vite. Anche le radure che attorniano le postazioni di caccia all'interno dei boschi asciutti sono assimilabili a questa fisionomia vegetale. I prati semiaridi sono tutti caratterizzati da un'aridità accentuata e da una povertà cronica di nutrienti, dovute, oltre che a un suolo generalmente poco profondo e quindi più soggetto a perdere acqua, alla carenza di sostanza organica capace di trattenere umidità e dare fertilità al terreno. Tali condizioni del suolo hanno favorito l'insediamento di consorzi vegetali ricchi e colorati, costituiti da specie con specifici adattamenti all'aridità, alle elevate temperature e alla scarsità di azoto. Fra le altre, spiccano per la loro bellezza e importanza diverse orchidee dei generi Orchis (Orchis ustulata, O. morio, O. provincialis, O. maculata), Oprhys (O. benacensiis, O. insectifera, O. apifera, O. sphegodes), Gymnadenia (G. conopsea, G. odoratissima), cui si aggiungono Anacamptis pyramidalis, Serapias vomeracea, Limodorum abortivum, Cephalantera longifolia, tutte di origine mediterranea. Altra presenza significativa è quella delle specie steppiche, quali Campanula siberiana (Campanula sibirica), Vulneraria (Anthyllis vulnararia), Sferracavallo (Hyppocrepis comosa), Olmaria (Filipendula vulgaris), Vedovina dei prati (Globularia punctata). Le specie dominanti e caratteristiche del consorzio sono, tuttavia: il Forasacco maggiore (Bromus erectus) e il Paleo comune (Brachypodium pinnatum), che danno il nome all'associazione (mesobrometo). Altri elementi tipici dei prati semiaridi sono la Trebbia maggiore (Crysopogon gryllus), il Barboncino digitato (Botryocloa ischemum), due graminacee, il lino montano (Linum tenuifolium), il Camedrio comune (Teucrium chamaedrys), la Cornetta ginestrina (Coronilla varia), il Caglio zolfino e il Caglio lucido (Galium verum e G. lucidum). Questo consorzio ospita una buona percentuale di specie Sud-Est-asiatiche ed euro-mediterranee, che qui sostituiscono parte delle europee e delle boreali dei prati sfalciati. I prati magri e asciutti sono, più frequentemente di altri, posti al limitare del bosco, per questo motivo sono i più soggetti, una volta abbandonati, ad essere velocemente colonizzati da arbusti pionieri che affiancano le specie di mantello, ivi rappresentate da Lilioasfodelo minore (Anthericum ramosum), Vedovina selvatica e Vedovina a foglie sottili (Scabiosa columbaria e S. gramuntia), Fiordaliso di Trionfetti e Fiordaliso bratteato (Centaurea triumphetti e C. bracteata), Imperatoria cervaria e Imperatoria apio-montana (Peucedanum cervaria e P. oreoselinum).



Il Molinieto
L'habitat è circoscritto a una radura posta sul versante sud del monte del Costone. La radura dominata dalla Gramigna altissima (Molinia arundinacea) si connota per una elevata termo-xerofilia testimoniata dalla presenza di numerose specie tipiche di ambienti asciutti e caldi, Avenula pubescens, Dorycnium penthaphyllum, Briza media, Koeleria macrantha , Carex flacca, Campanula glomerata, Genista tintoria, Genista germanica, Allium cirrhosum, Rinanthus alectorolophofus, Inula hirta, Inula salicina, Buphtalmum salicifolum, Prunella laciniata, Peucedanum oreoselinum, Peucedanum cervaria, Anthericum ramosum, ecc. Va segnalata, inoltre, la presenza in primavera di alcune orchidacee, quali Platanthera chlorantha, Anacamptis, pyramidalis, Gymnadenia conopsea. La reazione acida del suolo, favorita nel tempo dalla pratica dell'incendio, è la causa della presenza di una nutrita popolazione a Calluna vulgaris, che costituisce con Molinia l'elemento dominante della copertura erbacea. Anche in questo caso il venir meno delle cure colturali sta favorendo l'ingresso di una sempre più ricca componente arbustiva e arborea rappresentata da piante pioniere, rustiche e invasive riferibili agli elementi di Prunetalia: Populus tremula, Prunus spinosa, Pyrus piraster, Ononis spinosa, Salix caprea, Rosa canina. Non mancano individui di Quercus pubescens specie che costituisce il bosco collocato al margine sud della radura.

I prati arborati
Questa tipologia di prato costituisce una realtà molto diffusa in collina, in posizioni appena più elevate rispetto ai prati stabili. I prati arborati sono caratterizzati dalla presenza di alberi da frutto, quali Ciliegi, Amarene, Peri e Albicocchi, distribuiti qua e là in modo disordinato. Ricevono meno cure dei precedenti e, quindi, ospitano una flora leggermente diversa da quella dei prati pingui. Compaiono fra le specie già elencate per i prati stabili, elementi indicatori di mesobrometo, cioè di suoli con un grado di aridità superiore, quali la Salvia dei prati (Salvia pratensis), la Cresta di gallo comune (Rhynanthus alectorolophus), la Piantaggine media (Plantago media), la Carota selvatica (Daucus carota), il Ranuncolo bulboso (Ranunculus bulbosus), la Vedovella dei prati (Knautia arvensis), l'Erba medica lupulina (Medicago lupulina). In quelli che confinano con il bosco compaiono anche esemplari della vegetazione di mantello che denotano l'influenza del bosco nel determinare il consorzio vegetale: il Paleo (Brachypodium pinnatum), la Veronica (Veronica chamaedrys).

Ambiti coltivati: Vigneti e oliveti
Uno degli ambienti più caratteristici del paesaggio collinare è stato, in passato, ed è tuttora, il vigneto. I vigneti sono concentrati sui versanti esposti a occidente e soprattutto a meridione, dove si attestano quelli più estesi, gestiti in modo imprenditoriale. Sono generalmente sistemati a "ritocchino” per consentire l'uso delle macchine. Il vigneto è un ambiente soggetto a molte cure, lavorato e sottoposto a concimazioni annuali che rendono il terreno sciolto, ben areato e fertile e, pertanto, habitat privilegiato delle specie tipiche delle colture sarchiate, fra cui molte nitrofile (Poldini, 1990). Lo sviluppo della vegetazione spontanea è, in effetti, pesantemente condizionato dal tipo e dalla frequenza delle attività colturali di cui il vigneto è oggetto durante l'anno. In quelli coltivati con tecniche tradizionali, che prevedono la lavorazione del suolo sia lungo sia fra i filari, nel periodo di riposo che segue la vendemmia, si assiste alla comparsa di specie caratteristiche dell'associazione tipica del vigneto, quali il Centocchio comune (Stellaria media), la Veronica maggiore (Veronica persica), la Borsa del pastore (Capsella bursa-pastoris), le Radichielle (Crepis spp.). Da qualche anno si assiste alla reintroduzione dell'olivo (fino al secolo XVII, l'olivo ricopriva con la vite le pendici meridionali della fascia collinare) sui versanti meglio esposti del sistema collinare. L'olivo per ora occupa superfici molto limitate rispetto alla vite, ma la tendenza in atto, favorita probabilmente da temperature invernali più miti che in passato, lascia presupporre una ulteriore espansione della coltura.

Aspetti floristici
Una parte dell'area del PLIS del monte Bastia e del Roccolo è stata oggetto in passato di indagini floristiche. Le segnalazioni pregresse relative all'area collinare nel territorio di Villa di Serio sono state integrate con erborizzazioni condotte nei mesi di febbraio-aprile 2008 sull'area della valle Serradesca. Sono stati raccolti complessivamente più di 3000 dati floristici che hanno consentito di realizzare un elenco di prima approssimazione di circa 550 specie. Fra le entità censite sono molte quelle di interesse naturalistico, perché tipiche di quote più elevate o rare nella fascia prealpina o in ambito locale o perché soggette a tutela. Tra queste si annoverano le Orchidaceae, le Campanulaceae, le specie del genere Dianthus, Daphne e alcune Ranunculaceae, Liliaceae e Amarillidaceae. Dal punto di vista corologico la flora del PLIS è dominata da elementi dei contingenti eurasiatico e boreale, accantonati in particolare nei boschi di latifoglie mesofile e nei prati umidi. E' tuttavia significativa la presenza sui versanti asciutti del rilievo, sia nei boschi che nei prati asciutti, di specie di origine mediterranea e steppica che sottolineano le miti e sub-mediterranee condizioni climatiche dell'area e la termo-xerofilia dei versanti esposti verso i quadranti meridionali.

Le emergenze floristico-vegetazionali
Lo studio degli aspetti botanici del PLIS ha permesso l'individuazione di alcune emergenze floristico-vegetazionali. Sono state definite tali, in questa prima fase, le presenze floristiche caratterizzate da:
1. rarità nel contesto pedemontano italiano, secondo le indicazioni della letteratura floristica;
2. rarità nel contesto locale, con particolare attenzione agli ambiti di fondovalle.
Sono state segnalate tra le emergenze floristiche anche esemplari di specie arboree e arbustive vetusti e caratterizzati da dimensioni e forme rimarchevoli. Per quanta riguarda i consorzi vegetali sono stati segnalati nella tavola delle emergenze quelli caratterizzati da:
- una significativa dotazione biologica sia per il numero che per la qualità delle specie contenute;
- una significativa affinità per struttura e composizione con le associazioni vegetali di riferimento.
Rientrano nella categoria delle specie rare, Omphalodes verna, Paris quadrifolia e Hieracium brevifolium subsp. lombardense e quelle afferenti alla Famiglia delle Orchidaceae.
- Nel corso di ricerche floristiche effettuate nell'ambito del territorio del PLIS (Ferlinghetti e Marchesi, 1999) sono state censite diciotto specie di Orchidaceae appartenenti ai generi Ophrys Orchis, Serapias, Anacampsis, Cephalanthera, Platanthera, Gymnadenia, Spiranthes, Limodorum e Listera. Alcune di esse (Ophrys apifera, O. benacensis, O sphecodes, Serapias vomeracea, Spiranthes spiralis) sono molto rare in ambito locale e hanno una diffusione puntiforme, altre sono più comuni e presentano una diffusione più ampia. La maggior parte delle Orchidaceae rinvenute sono specie legate agli ambienti aperti (mesobrometi, radure delle postazioni di caccia) e ai boschi asciutti che caratterizzano le zone sommitali e le porzioni più elevate dei versanti meridionali del sistema collinare.
- Omphalodes verna, orofita dell'Europa sud-orientale, tipica dei boschi umidi. In Flora d'Italia (Pignatti, 1982) la pianta è indicata come rara nel settore prealpino italiano, dal Goriziano al Bergamasco. Il territorio provinciale costituisce il limite distributivo della specie. Le popolazioni collocate agli estremi geografici dell'areale di una specie sono caratterizzate da marcate diversità genetiche che ne accentuano il valore biologico.
- Paris quadrifolia, eurasiatica tipica di boschi umidi e freschi dell'orizzonte montano, rara in ambito collinare e planiziale. In Flora d'Italia (Pignatti, 1982) la pianta è data per quasi completamente estinta per la Pianura Padana.
- Il querco-castagneto della Val Serradesca assume una particolare importanza naturalistica grazie alla presenza del "locus classicus”, cioè il sito in cui è stato raccolto l'olotipo (esemplare di riferimento), di una nuova entità botanica recentemente rinvenuta e classificata come Hieracium brevifolium subsp. lombardense.
- L'intenso sfruttamento a cui è stato sottoposto l'ambito collinare e il marcato dinamismo della copertura vegetale hanno consentito la conservazione al suo interno di pochi alberi o arbusti di dimensioni e forme rimarchevoli e di età ragguardevole. L'esiguo numero di esemplari vetusti di Farnia, Rovere, Castagno, Corniolo rappresenta nel suo insieme un'emergenza ambientale che valorizza il territorio del P.L.I.S., meritevole di attenzione e tutela. Tra le emergenze vegetazionali sono stati inclusi per il loro elevato valore naturalistico sia consorzi di ambiti boscati, sia di ambiti aperti.
- La formazione a Farnia e Carpino bianco, che ricopre il fondovalle e parte del versante orografico sinistro della Valle Serradesca, costituisce una cenosi strutturata, prossima alla vegetazione potenziale naturale e dotata di specie nemorali e di boschi umidi di pregio naturalistico, rare in ambito locale, tra cui Paris quadrifolia, Omphalodes verna, Leucojum vernum, Erythronium denscanis.
- Gli esigui lembi di alneta pura che occupano le aree umide della Valle Serradesca, in contiguità con il querco-carpineto, devono la loro importanza alla rarità in ambito collinare e alla elevata naturalità che li contraddistingue.
- Il querceto a Roverella del Monte del Costone e del Monte del Roccolo, in particolare la facies a Scotano delle aree sommitali, con fisionomia a boscaglia con alberi di piccola taglia e con fusti contorti e irregolari, rappresenta una vegetazione prossima al climax in cui si accantonano numerose specie steppiche e mediterranee, tra cui molte orchidaceae.
- Le praterie semiaride (mesobrometi), tra cui si inseriscono a pieno titolo le radure dei capanni, costituiscono, grazie alla loro ricca dotazione vegetale, fra cui molte specie rare di particolare pregio naturalistico, gli habitat più importanti fra quelli aperti. Nell'ambito della Direttiva Habitat sono individuati come habitat prioritari, tra quelli cioè che per la loro rarità e precarietà richiedono la maggiore attenzione.
- La radura a Molinia arundinacea del Monte del Costone rientra a pieno titolo fra gli habitat più pregiati della collina, a causa dell'elevata concentrazione di biodiversità presente.

LA FAUNA DEL PARCO: Nei coltivi e nei prati
I coltivi, i vigneti e i prati stabili costituiscono delle aree seminaturali adatte per la nidificazione dell'avifauna meno esigente nei confronti della copertura arborea, ma necessarie per il nutrimento della medesima. Esse sono, infatti, adoperate come zone di caccia da parte dei rapaci notturni e dei passeriformi che si nutrono d'insetti; la presenza di graminacee attira diversi uccelli granivori che si "foraggiano” nei prati stabili o tra le colture. I mammiferi sono limitati a poche specie, adattati a questo tipo di ambiente, ma nelle zone di transizione con le aree boscate è facile osservare le specie più interessanti, si tratta perlopiù di piccoli roditori e insettivori. I cespugli, le alberature e le siepi fungono da zone rifugio, in cui gli animali nidificano o costruiscono le proprie tane. Esse inoltre sono importanti corridoi biologici che facilitano gli spostamenti tra un ambiente adiacente e l'altro. Analizzando la fauna che frequenta tali aree, bisogna dare maggiore rilievo agli uccelli che riescono ad utilizzare al meglio tali ambienti. Non mancano nemmeno anfibi e rettili. Cominciando da queste categorie sistematiche possiamo rammentare le seguenti specie qui di seguito suddivise: Tra gli anfibi che frequentano le aree coltivate, abbiamo la raganella italiana (Hyla intermedia) e meno frequentemente la rana verde (Pelophylax synklepton esculenta). La raganella italiana è una specie diffusa in quasi tutta la nostra penisola, ha abitudini arboricole e a volte può essere osservata lontana dall'acqua. Nelle zone coltivate si può osservare il rospo comune (Bufo bufo), soprattutto di notte mentre si muove tra le siepi o mentre attraversa le strade, meno comune è l'affine rospo smeraldino (Pseudepidalea cfr. viridis). Tra i rettili è presente l'orbettino (Anguis fragilis). Questo sauro (non è un serpente contrariamente a quanto si creda), vive spesso all'interno del "feltro” erboso sfruttando la sua capacità di muoversi in questo microambiente per catturare gli insetti di cui si nutre. Spesso compare il biacco (Hierophis viridiflavus) che però sfrutta marginalmente questo ambiente. Relativamente comune è il colubro di Esculapio (Zamenis longissimus) che però frequenta abitualmente i margini dei vigneti e dei coltivi. Comune è anche il ramarro occidentale (Lacerta bilineata). Si tratta del più grosso lacertide delle nostre zone, il maschio sfoggia la sua livrea riproduttiva gialla e azzurra nel mese di maggio e si espone talvolta sopra punti elevati come le siepi. É attivamente cacciato dal biacco (Hierophis viridiflavus). Tra gli altri rettili menzioniamo la lucertola delle muraglie (Podarcis muralis), ormai ubiquitaria presente in svariati ambienti compresi quelli antropizzati. L'avifauna, anche in questo ambiente, è il gruppo faunistico maggiormente rappresentato. I rapaci notturni che si possono osservare nell'area del PLIS sono la civetta (Athene noctua), presente nei coltivi e d'inverno il gufo comune  (Asio otus). D'estate è possibile udire il canto dell'assiolo (Otus scops) il più piccolo rapace notturno europeo. Una specie rappresentativa e caratteristica è l'allodola (Alauda arvensis) che nidifica all'interno dei prati stabili ed è sicuramente una specie indice di tali ambienti. Altrettanto tipiche di questo ambiente sono anche la cutrettola (Motacilla flava) e la ballerina bianca (Motacilla alba). La rondine (Hirundo rustica) è tipica delle zone coltivate, dove nidifica in prossimità delle cascine e dei manufatti umani. Il pigliamosche (Muscicapa striata) e il saltimpalo (Saxicola torquata) sono specie caratteristiche di tale ambiente. Si unisce a queste due specie, soprattutto in prossimità di cavità e muretti, il codirosso (Phoenicuros phoenicuros), specie che si osserva anche in prossimità dei centri urbani, soprattutto nei giardini. Il merlo (Turdus merula) ovviamente è una specie quasi ubiquitaria, immancabile anche nei coltivi. Tra i fringillidi oltre il verdone (Carduelis chloris) e il verzellino (Serinus serinus) compare una specie tipica di aree aperte e semiaperte: il cardellino (Carduelis carduelis). Il fringuello (Fringilla coelebs) si reca presso le zone apriche per nutrirsi ma, in genere è più vincolato per nidificare presso i complessi forestali e gli alberi. Immancabili e comunissimi in queste zone sono la passera d'Italia (Passer italiae) e la passera mattugia (Passer montanus). Lo storno (Sturnus vulgaris) è una specie comunissima che frequenta i prati stabili per nutrirsi d'insetti e di larve. Queste ultime tre specie sono spesso artefici di danni anche considerevoli ai coltivi. La cornacchia grigia (Corvus corone corone) è una specie ubiquitaria, assurta a simbolo del degrado delle campagne. In realtà è una specie opportunista che nelle adiacenti aree degradate del corso basso del fiume Serio, trova il suo ambiente d'elezione. La capinera (Sylvia atricapilla) vive al margine dei boschi e le zone coltivate soprattutto dove sono presenti siepi o filari. Nelle aree più calde è segnalato l'occhiocotto (Sylvia melanocephala) piccolo silvide in espansione dall'area mediterranea. Tra i mammiferi sono presenti alcuni insettivori di cui i più vistosi sono il riccio europeo occidentale (Erinaceus europaeus) e la talpa (Talpa europaea). Il riccio soffre abbastanza la presenza di strade che determinano la morte di parecchi esemplari a causa degli investimenti. Le strade come già detto in precedenza sono una barriera geografica che determinano l'isolamento genetico delle popolazioni. I roditori sono senz'altro maggiormente rappresentati dal punto di vista numerico delle specie. Alcune si possono definire ubiquitarie e sono i commensali dell'uomo: il topolino domestico (Mus musculus), il surmolotto (Rattus norvegicus) quest'ultimo presente soprattutto presso i centri abitati, le cascine con pollai e presso zone degradate. Più raro è il ratto comune (Rattus rattus).

Nel bosco
E' senz'altro l'ambiente naturale maggiormente diversificato in questo ambito. Le specie dei vertebrati presenti sono varie e legate alle stratificazioni di quest'ambiente. Tra gli anfibi presenti spicca la rana di Lataste (Rana latastei) tipica delle facies più umide del bosco come la salamandra pezzata (Salamandra salamandra), il rospo comune (Bufo bufo), la raganella italiana (Hyla intermedia) e la rana agile (Rana dalmatina). I rettili che vivono nelle formazioni boschive occupano perlopiù i margini e le chiarie, talvolta penetrano nelle porzioni più centrali grazie all'attività di esbosco. I sauri che sono facili da osservare ai margini delle formazioni boschive sono il ramarro (Lacerta bilineata) e la lucertola muraiola (Podarcis muralis). Tra i serpenti si può osservare facilmente il biacco (Hierophis viridiflavus). Di interesse è la presenza del colubro di Esculapio o saettone (Zamenis longissimus). La specie utilizza manufatti umani, muri di sostegno dei tornanti e delle strade; per questo motivo talvolta si rinviene schiacciato presso le principali vie di comunicazione. La specie è inclusa nell'allegato IV della Direttiva Habitat, e perciò dovrebbe essere oggetto di particolare protezione. Talvolta non è difficile imbattersi nella biscia d'acqua (Natrix natrix). L'avifauna è piuttosto ricca: le condizioni climatiche favorevoli e la presenza di numerose essenze forestali favoriscono la presenza della tipica comunità ornitica dei boschi di bassa quota bergamaschi. Il rappresentante tipico delle specie nidificanti nelle cavità degli alberi è il picchio rosso maggiore (Picoides major) che vive in tutte le tipologie forestali e scava il suo nido dentro i tronchi degli alberi che abbiano una dimensione minima sufficiente. Si nutre d'insetti xilofagi che con la sua attività contribuisce a sterminare. Il torcicollo (Jinx torquilla) è un piccolo picchio mimetico che ricorda per dimensioni un passero domestico. Rispetto agli altri picchi non scava un nido ma utilizza cavità naturali. Simile al picchio rosso maggiore ma, appartenente a una famiglia diversa è il picchio muratore (Sitta europaea). Di dimensioni nettamente inferiori al precedente non scava il nido con il becco ma utilizza cavità che trova in natura, compresi vecchi nidi del picchio rosso. Raro è invece il rampichino (Certhia familiaris) che costruisce il nido nelle fenditure dei tronchi o in manufatti presenti nel bosco. La famiglia dei paridi è rappresentata dalla cinciallegra (Parus major), dalla cinciarella (Parus coeruleus) diffuse anche al di fuori degli ambiti strettamente arborei. Tra i rapaci notturni nidificanti in cavità arboree si trova comunemente l'allocco (Strix aluco) diffuso in tutta la bergamasca. Il mantenimento della necromassa nel bosco favorisce la presenza di queste interessanti entità forestali, soprattutto gli alberi morti in piedi costituiscono un importante rifugio per le specie sopra citate. Nello strato arbustivo nidifica la capinera (Sylvia atricapilla) che è una delle specie più rappresentative. Il codibugnolo (Aegithalos caudatus) è un parente delle cince e costruisce un nido ovoidale con una apertura superiore costruito intrecciando muschio, fibre vegetali e licheni. Comune è il merlo (Turdus merula) che si nutre al suolo rivoltando foglie e terra. Nidifica collocando il nido sui rami. Sugli alberi costruisce il nido anche il fringuello specie piuttosto comune nell'area interessata. Tipico corvide di queste formazioni arboree è la ghiandaia specie che colloca il nido sulla sommità dei rami. Tra i columbidi sono presenti il colombaccio (Columba palumbus) e la tortora (Streptopelia turtur). La tortora è un migratore che giunge nei boschi del PLIS tra aprile e maggio proveniente dall'Africa. Nello strato erbaceo, vicino al suolo, nidificano alcune piccole specie che frequentano anche i centri abitati durante l'inverno. Lo scricciolo (Troglodytes troglodytes) costruisce un nido arrotondato tra le radici di un albero o fra l'edera che avvolge il tronco. L'usignolo (Luscinia luscinia) vive nelle zone del bosco ricche di arbusti. Il pettirosso (Erithacus rubecola) costruisce il nido con fili d'erba e radici nelle fenditure dei ceppi o in terra. Il luì piccolo (Phylloscopus collybita) nidifica a terra sopra i ciuffi di piante erbacee o tra i cespugli. Il fagiano comune (Phasianus colchicus), frutto di reintroduzioni a scopo venatorio, costruisce il nido al suolo, nascosto tra gli arbusti, ai bordi del bosco. Queste specie trovano facile cibo tra la fauna invertebrata che, particolarmente abbondante, vive tra lo spesso fogliame che cade al suolo ogni autunno e che lentamente si decompone. Ai bordi del bosco nidifica il verzellino (Serinus serinus), il verdone (Carduelis chloris) ed il cardellino (Carduelis carduelis). Dal riparo delle fronde, si spingono nei vigneti e nei campi limitrofi alla ricerca di semi. Il cuculo (Cuculus canorus), le cui abitudini riproduttive parassite si rivolgono a danno di numerose specie di passeriformi. Dal punto di vista forestale, il cuculo è importante perché è l'unico a nutrirsi delle irritanti larve della processionaria della quercia. Si segnalano le presenze di siti di nidificazione della cornacchia grigia (Corvus corone) e dello storno (Sturnus vulgaris), che svolgono la loro attività in ambiti aperti e antropici, alla ricerca di cibo. I mammiferi presenti nel bosco sono vari, a causa della stratificazione verticale del bosco. La talpa europea (Talpa europaea), ad esempio, scava gallerie sotterranee alla ricerca di lombrichi e larve di insetti nei terreni più morbidi. Il topo selvatico collo giallo (Apodemus flavicollis) e l'arvicola rossastra (Clethrionomys glareolus) costruiscono nidi al suolo o scavano tane fra le radici degli alberi. Il ghiro (Glis glis) trova rifugio invece in cavità degli alberi per poi passare l'inverno, cadendo in letargo, in buchi o nidi sotterranei. Il moscardino (Muscardinus avellanarius) costruisce il nido, una palla di erba e foglie legate fra loro, alla biforcazione di un arbusto, a meno di due metri d'altezza, lo scoiattolo (Sciurus vulgaris), invece, intreccia ramoscelli e foglie, tra i rami, a maggior altezza. Nelle cavità degli alberi trovano rifugio pure le nottole (Nyctalus noctula), pipistrelli tipicamente forestali, che di sera si avventurano negli spazi aperti alla caccia di insetti. La faina (Martes foina) trova rifugio nelle cavità degli alberi. Animale opportunista si nutre di arvicole, topi selvatici, scoiattoli, uova d'uccelli, ma anche di frutta, in particolare ciliege e bacche di sambuco. Si segnala inoltre, tra i mustelidi il tasso (Meles meles) specie onnivora che scava imponenti tane nel bosco. La volpe (Vulpes vulpes) utilizza spesso i sistemi di tane adoperate dalla specie precedente. La volpe è il mammifero più eclettico della nostra regione, sia per quanto riguarda l'habitat (vive nei boschi, in città, in campagna e in montagna) sia per l'alimentazione. Si nutre di arvicole, topi, ratti, uccelli, artropodi, bacche e carogne. La presenza del capriolo (Capreolus capreolus) non è certa. É segnalato nei comuni limitrofi di Scanzorosciate e Villa di Serio.

Gli anfibi della Valle Serradesca
La valle Serradesca per la presenza di acqua corrente e ristagni è un luogo ideale per la presenza di anfibi, tra questi spiccano quelli maggiormente legati alla presenza di boschi cedui: la salamandra pezzata (Salamandra salamandra), la rana di Lataste (Rana latastei) e la rana agile (Rana dalmatina). Presenti con popolazioni riproduttive meno numerose sono il rospo comune (Bufo bufo), la raganella italiana (Hyla intermedia) e la rana verde (Pelophylax synklepton esculentus). La specie più importante dal punto di vista biogeografico e conservazionistico, poiché endemica della Pianura Padano-Veneta è la rana di Lataste (Rana latastei), una rana rossa di piccole dimensioni tipica dei boschi planiziali padani caratterizzati dall'associazione Querco carpineto. La specie è presente nell'Italia continentale: in Piemonte è distribuita in modo molto frammentato, mentre la sua diffusione è più continua dalla Lombardia al Friuli con stazioni disgiunte in Emilia Romagna e in Istria. Ha una estensione altitudinale che va dal livello del mare fino a 300/350 metri slm, ma in provincia di Varese può raggiungere i 500 metri slm, perciò il suo areale distributivo non va oltre i rilievi che corrono lungo il margine della Pianura Padano-Veneta. Secondo gli studi effettuati dal Pozzi durante gli anni '70 e '80 la specie, si osservava preferibilmente nei boschi caratterizzati da folta copertura erbacea con un elevato tasso di umidità al suolo e talvolta da falda affiorante. Attualmente a causa della scarsità di ambienti idonei, la Rana latastei può vivere in ambienti strutturalmente simili all'originale bosco planiziale padano come le pioppete dal denso strato erbaceo, le zone palustri, i fontanili e le risorgive. Nelle zone collinari, come la Valle Serradesca e gli ambienti limitrofi, la Rana latastei si osserva in ambienti boscosi umidi limitrofi a ruscelli, ristagni e canalette. L'ambiente preferenziale, nella fascia pedemontana, è costituito da vallecole a fondo piatto caratterizzate da suoli poco drenati e dalla presenza di stagni,  fossati e torrenti in cui deporre. In particolare nella Valle Serradesca in base al conteggio delle deposizioni si può stimare una popolazione di circa un migliaio di unità. Nella pianura bergamasca, al contrario, in analogia con i territori contigui, la specie sembra essere legata, oltre che alle rare boschine alle siepi che circondano i fontanili e alle pioppete. Durante i periodi più umidi e freschi, può essere osservata nelle zone coltivate. La specie è attiva a fine febbraio in collina, e le sue deposizioni si possono osservare già verso la fine del mese di febbraio e marzo. E' un migratore "esplosivo”, con la durata del flusso migratorio verso il sito di riproduzione che avviene in pochi giorni. Le femmine e i maschi si recano in acqua solo nel periodo riproduttivo, mentre nel restante periodo dell'anno vivono nei boschi di latifoglie spesso anche in prossimità dei corsi d'acqua. L'ambiente tipico è perciò il bosco di latifoglie, dove la specie si nutre di invertebrati che vivono in prossimità della lettiera: diplopodi, ragni, chilopodi ecc… Nella provincia di Bergamo questo anfibio anuro è distribuito dalla fascia collinare (stazione più settentrionale Lago di Gaiano a circa 350 metri slm) dove è relativamente diffuso nelle zone meno urbanizzate, lungo le aste fluviali e nella zona dei fontanili. La rana di Lataste nella bergamasca ha due principali zone distributive: quella pedemontana e quella della bassa pianura, raccordate dal cuneo dell'Isola bergamasca. La fascia collinare è caratterizzata da nuclei ben distinti, separati da aree montuose invalicabili per la specie (in Lombardia supera raramente i 500 metri slm), o da aree intensamente urbanizzate. Si distinguono cinque nuclei principali: quello dell'Isola e del Monte Canto, quello dei colli di Bergamo, quello dei rilievi collinari di Scanzo e Albano, quello del basso Sebino e quello dell'alta Valle Cavallina. Questi nuclei sono poco connessi tra di loro perché separati da aree densamente urbanizzate a ridosso degli imbocchi vallivi, mentre nella pianura la specie appare un po' più distribuita soprattutto nella parte bassa. In queste zone più ristrette la distribuzione appare abbastanza uniforme con una certa concentrazione in alcune aree che presentano una buona naturalità per la presenza di boschetti residui o di fasce golenali arboree La III fascia dei fontanili, dove la specie è più frequente (cremasco e cremonese), la specie è abbastanza diffusa sul territorio adattandosi anche ad habitat differenti da quelli tipici. Le popolazioni della "bassa bergamasca” sembrano apparentemente separate da quelle pedemontane, poiché esiste una discontinuità distributiva nell'alta pianura. Questo intervallo distributivo può essere dovuto storicamente alla presenza di substrati più drenati, meno idonei alla rana di Lataste, e più recentemente a causa dell'intensa urbanizzazione della fascia dell'alta pianura. A questa situazione "storica” e recente, si aggiunge l'attuale mancanza di fontanili attivi nella I fascia che fungeva da raccordo tra la zona pedemontana e la bassa pianura. Solo lungo l'Adda, probabilmente, è possibile che si creino corridoi tra le popolazioni delle due fasce. Lungo il corso del Serio questo raccordo sembra impossibile a causa di habitat non consoni e di zone densamente urbanizzate. Gli anuri possono compiere in condizioni naturali e in assenza di barriere spostamenti fino a 3 Km (Vigato et al., 2000), per cui potenzialmente molte popolazioni della bergamasca potrebbero venire in contatto tra di loro se non esistessero soprattutto nella zona pedemontana aree completamente inidonee per la specie. Le popolazioni di rana di Lataste nella bergamasca presentano uno stato di conservazione di non di facile determinazione, poiché non tutte le zone sono state monitorate costantemente negli anni. Le popolazioni censite numericamente più numerose sono quelle presso il Lago di Endine e Villa D'Adda. In queste due località le popolazioni riproduttive superano il migliaio di individui per località. Altre popolazioni di un certo rilievo monitorate, attraverso il conteggio delle ovature, sono quelle del bosco di Astino e dell'Allegrezza (Bergamo >370 es. - 1998), quella del colle di Mozzo (>250 es. - 1998), quella della Valle di Albano (>200 esemplari - 2002) e della Valmarina (Bergamo >100 es. - 2007). L'unico dato riguardante la pianura è quello relativo al fontanile Fontana Nuova di Fontanella in cui si è stimata una popolazione >100 es. nel 1991. Altri censimenti sono stati compiuti durante sopralluoghi occasionali, con valori variabili da poche decine di individui a quasi un centinaio. Questa specie è inclusa nella Direttiva Habitat CEE, Allegato II. La salamandra pezzata è un anfibio urodelo che nella bergamasca vive nella fascia montuosa-collinare, fino a 1500 metri di quota. Specie amante del clima temperato fresco, ha abitudini notturne. Può essere osservata di giorno, specialmente durante le mattinate molto umide o brumose, ma normalmente i momenti migliori sono quelli che concidono con le precipitazioni. Ha un corpo lacertiforme e possiede quattro zampe subeguali, una coda cilindrica mentre la testa è appiattita. Dietro gli occhi sono evidenti due ghiandole parotoidi che secernono un liquido tossico per i mammiferi. Ha pelle liscia con colorazione giallo cromo e nera, che la rende facilmente riconoscibile anche agli osservatori meno esperti. La colorazione vivace è detta "aposematica” perché avverte i predatori della potenziale pericolosità. La lunghezza può raggiungere in casi eccezionali i 32 cm, ma normalmente si attesta attorno ai 20 -25 cm negli esemplari adulti. La salamandra pezzata è un anfibio terragnolo che vive, durante il corso dell'anno, in territori d'estensione limitata all'interno del bosco, costituiti da zone d'alimentazione o di rifugio per l'inverno e per i periodi troppo secchi o caldi. Normalmente le aree di svernamento e d'inattività estiva (estivazione) sono costituite da ceppaie, mucchi di pietre, fenditure delle rocce e tane di micromammiferi, si nutre in prevalenza d'insetti, anellidi e aracnidi, catturati, a livello del suolo, con la lingua vischiosa ed estroflettibile. Vive in collina e in montagna eccezionalmente è stata osservata in pianura, in particolare è legata al bosco di caducifoglie (Castagneti, Orno-ostrieti, Querceti), più raramente ai margini dei boschi ricchi di cespugli e alle peccete. La salamandra pezzata è una specie ovovivipara. Il parto avviene nei pressi di una pozza di torrente e le larve, già provviste di branchie, sono deposte in acqua in numero variabile da venti a trenta circa. La deposizione delle larve nel territorio può avvenire anche nei mesi autunnali, in questo caso le larve svernano in acqua. Normalmente le deposizioni sono concentrate nei mesi primaverili a cominciare da febbraio. Nei torrenti poco soleggiati o che scorrono in vallette molto fredde, non sono state osservate larve di deposizione autunnale. Da alcuni studi si è osservato che sotto i 6,5°C, lo sviluppo larvale è inibito e la crescita (dovuta all'ormone tiroxina) è bloccata, questo spiega la differenza della lunghezza dello stadio larvale. Le ghiandole parotoidi, e più in generale anche l'intera epidermide, secernono dei secreti di tipo mucoso che hanno la funzione di mantenere umida la pelle, mentre i secreti tossici sono prodotti da ghiandole parotoidi, e da altre ghiandole presenti sull'intera superficie corporea. Si tratta dell'unica difesa naturale che possiede quest'urodelo, infatti la salamandra pezzata produce questa secrezione solo quando è attaccata da altri animali. Probabilmente la funzione originaria di questa secrezione è antibatterica, in seguito si è dimostrata un utile repellente naturale nei confronti dei predatori. I principali alcaloidi presenti nella secrezione sono la samandarina e la samandaridina, questi due alcaloidi agendo sul sistema nervoso possono provocare convulsioni, paralisi ed emolisi, e animali delle dimensioni di un gatto possono, se inghiottono una salamandra, perire per paralisi respiratoria. La secrezione non può essere iniettata in alcun modo da quest'anfibio, poiché non possiede gli organi necessari per farlo. Il contatto del veleno con l'uomo è semplicemente esterno e non provoca nessuna reazione fisiologica; solo lo strofinarsi delle mani sugli occhi o verso la mucosa può provocare intensa sensazione di bruciore.

La perimetrazione degli interventi
Il riconoscimento a PLIS dell'area nasce innanzitutto dalla volontà e dalla sensibilità delle Amministrazioni comunali ai temi della conservazione, della tutela e della valorizzazione del territorio collinare, consapevoli della necessità di una sempre maggior qualità ambientale nella vita dell'uomo. L'area del Parco scaturisce da uno studio interdisciplinare teso a evidenziarne le peculiarità e le emergenze presenti. In particolare gli aspetti evidenziati sono quelli del paesaggio, della naturalità, della morfologia e dei processi storico urbanistici che hanno trasformato nei secoli il territorio. Alla definizione dell'ambito a Parco hanno ovviamente contribuito anche le Amministrazioni locali, apportando le proprie esperienze, i progetti futuri e in generale le attese delle comunità.
La perimetrazione del Parco, che in generale ha seguito i criteri della DGR 12 settembre 2007, n. VIII/6148, si è sviluppata all'interno di una serie di necessità e aspettative:
• inserire prevalentemente le aree agricole, escludendo quelle zone che la pianificazione vigente o quella di previsione assoggettano a trasformazione d'uso per la residenza o
produttive;
• inglobare nel Parco il maggior numero di emergenze ambientali, storiche e naturali, al fine di aumentare il valore intrinseco e assoggettare a maggiore tutela un numero più alto possibile di elementi;
• inglobare nella loro interezza valli, versanti e fondovalle, al fine di possedere bacini idrografici completi ed ecosistemi non parziali;
• posizionare il perimetro in corrispondenza di limiti fisici certi in modo da consentire una facile individuazione dei confini, privilegiando strade, sentieri, corsi d'acqua, ecc.;
• appoggiare il perimetro lungo i confini comunali delle amministrazioni vicine, consentendo una futura espansione del PLIS senza aree "bianche” intercluse non assoggettate al Parco;
• appoggiare il perimetro lungo i confini dei parchi sovracomunali esistenti (PLIS del Serio nord e PLIS delle Valli d'Argon) consentendo, oltre ad una continuità ecologica fra i diversi parchi, anche iniziative connesse fra loro.
É significativo evidenziare che l'individuazione della perimetrazione del PLIS di un'area non assegna in maniera automatica un grado di giudizio negativo per il territorio "esterno” al Parco, ma anzi si è coscienti che la tutela e la valorizzazione del Parco del Monte Bastia e del Roccolo abbiano i loro presupposti nella tutela delle aree di contorno altrettanto significative e integranti del paesaggio.

Gli interventi previsti
L'area perimetrata presenta diversi ambiti ricchi di naturalità e di storia, che si prestano a una valorizzazione sensibile e attenta al paesaggio. Anche il sistema della materia storica, costituito prevalentemente dagli edifici rurali, dai roccoli e da percorsi di collegamento si presta a essere valorizzato attraverso iniziative tese alla conservazione e al recupero della materia originaria e mediante la divulgazione di quei processi storici, sociali ed economici, che hanno definito il paesaggio. In particolare il Programma di Intervento prevede una serie di progetti tesi a conservare e recuperare il paesaggio agrario, riqualificando quei caratteri connotativi dell'ambiente e stimolando un nuovo rapporto fra uomo e territorio collinare fondamentale per un vero rilancio del sistema pedemontano. Fra i progetti previsti, ispirati dal comma 6.5 della DGR 21 maggio 1999, n. VI/43150, si possono individuare i seguenti punti:
1. segnalare la presenza del parco mediante opportuna segnaletica di perimetrazione. Valorizzare e uniformare con apposita cartellonistica i percorsi didattici e tematici già presenti;
2. promuovere l'area mediante pubblicazioni e seminari finalizzati a far conoscere i contenuti e le emergenze del Parco;
3. recuperare e valorizzare il sistema viario costituito da sentieri, mulattiere e strade mediante la riscoperta di antichi tracciati, nonché la riqualificazione paesistica dei punti panoramici presenti lungo tali vie;
4. rilanciare una fruibilità dei boschi e delle valli anche attraverso nuovi percorsi, luoghi di sosta e di godimento panoramico, che esaltino le caratteristiche naturali e la presenza delle numerose emergenze architettoniche;
5. valorizzare le attività agricole presenti, incentivando colture tradizionali e compatibili con il paesaggio, anche mediante la verifica attenta delle reali necessità produttive;
6. valorizzare il sistema dei roccoli presenti, promuovendone il recupero e la conservazione;
7. uniformare gli interventi edilizi comuni sul territorio quali ad esempio recinzioni, interventi sull'alveo dei corsi d'acqua mediante l'adozione di un "manuale degli interventi” con tecniche attente all'ambiente naturale;
8. promuovere una serie di studi naturalistici e approfondimenti di carattere storico-sociale al fine di evidenziare le potenzialità dell'area e diffondere i contenuti scientifici;
9. promuovere le attività turistiche e di servizio compatibili con l'ambiente e individuare le modalità e le strategie di valorizzazione delle diverse attività sportive quali trekking, mountain bike ed equitazione;
10. attivare tutte le iniziative di studio promozionali e pubblicitarie del PLIS al fine di rilanciare le attività alberghiere ed economiche legate alle vacanze e al tempo libero, nonché le attività agricole compatibili per la conservazione del territorio;
11. riqualificare i coni panoramici di cui l'area è ricca, mediante l'interramento di linee tecnologiche aeree, l'asportazione e la razionalizzazione dei pali relativi alla segnaletica, alla pubblicità, ecc. La riqualificazione sarà attenta anche nei confronti dell'inquinamento luminoso notturno, prodotto dall'eccessivo carico di luci artificiali;
12. recuperare quelle parti di paesaggio degradate da nuovi interventi non intonati all'ambiente, mediante progetti indirizzati a recuperare il continuum paesistico collinare.

03 aprile 2012