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del Liteggio e dei Fontanili di Cologno al Serio

Sede del Parco: Municipio di Cologno al Serio, via Rocca 2/A, 24055 Cologno al Serio (BG).
Telefono 035.4183501 Fax 035.4183535
mail: ediliziaprivata@comune.colognoalserio.bg.it
sito internet: www.comune.colognoalserio.bg.it

Riconoscimento:
Delibera Giunta Provinciale numero 75 del 05 marzo 2012
Piano pluriennale degli interventi 2012-2015: in atto
Comuni:Cologno al Serio
Provincia: Bergamo
Ente Gestore: Comune di Cologno al Serio
Superficie: 380 ettari
Altimetria: 154/139 metri sul livello del mare


IL PAESAGGIO DEL PARCO

Inquadramento geograficoIl PLIS "del Liteggio e dei fontanili di Cologno al Serio” si trova interamente nel territorio comunale di Cologno al Serio, in una situazione di pianura caratterizzata dalla vicina presenza del fiume Serio.
L'area agricola interessata dal parco è una porzione dell'ampio territorio racchiuso fra due grandi fiumi che segnano la pianura: il Serio e l'Adda.
In particolare, l'area esaminata si colloca nella parte più a nord di quella "fascia” detta dei fontanili, ove una particolare situazione geologica favorisce la formazione di risorgive storicamente utilizzate dall'uomo. Tale fenomeno, che ha reso particolarmente fertili le aree collocate a valle delle risorgive, interessa diversi comuni oltre a Cologno al Serio, quali ad esempio, Spirano e Pognano, rappresentando una peculiarità e un preciso connotato paesaggistico dell'area.
Il Parco si colloca a Ovest e Sud-Ovest dell'abitato di Cologno e interessa il paesaggio agricolo costituito da siepi, rogge, fossi e piccole macchie di bosco forse antichi residuati della foresta planiziale che ricopriva l'intero bacino padano. Confina a Nord con il comune di Urgnano, a Ovest con il territorio di Spirano e in parte con Brignano Gera d'Adda, mentre a Sud con il territorio Morengo.
Oltre all'importante e ben conservato centro storico fortificato di Cologno, unico nell'ambiente per forma e stato di conservazione, un'altra interessante località integrata nel Parco è Liteggio, comune autonomo sino al XV secolo, caratterizzata dalla presenza del castello Visconteo. 
Altri toponimi principali legati a elementi naturali o antropici che identificano il territorio del Parco e conosciuti anche a livello sovracomunale sono i Morti dell'Arca  (l'antica Mazano) e il Fosso Bergamasco.
La presenza a Est del Parco Regionale del Serio, sito a poca distanza dal PLIS in esame e la presenza di altri parchi di interesse sovracomunale, chiarisce il ruolo strategico dei PLIS come elementi caratteristici alla connessione fra parchi regionali, come quello del Serio e il sistema delle risorgive che nella geografia lombarda possiede un andamento trasversale ai corsi d'acqua.  In particolare la fascia dell'alta pianura, in corrispondenza dei fontanili, assume una valenza rilevante nel paesaggio. I fontanili, le siepi, i boschetti costituiscono una rete capace di conservare quella biodiversità tanto importante in ambienti molto antropizzati.
Il Parco si colloca a circa tredici chilometri da Bergamo, costituendo un importante bacino di naturalità facilmente fruibile anche per gli abitanti del capoluogo e dell'hinterland. Interessante anche la fruibilità per i comuni che seppur ora esclusi dal perimetro siano importanti utilizzatori dell'area: Spirano a ponente, Urgnano a Nord e Morengo a Sud rappresentano le comunità che gravitano attorno all'area del PLIS.
Il Parco proposto ha una superficie complessiva di circa 380 ha e si articola attorno ad una quota di circa 145 m. slm; considerando una sup. comunale di circa 1.700 ha, il Parco occupa ben il 22,35% del territorio.

Caratteri del paesaggio
Il PLIS si colloca entro l'alta pianura bergamasca compresa tra i fiumi Brembo e Serio. Questo territorio si presenta pianeggiante, ad eccezione delle deboli incisioni caratterizzate dalle rogge Morla e Morlana e dalle assai più marcate valli fluviali di Brembo e Serio.
Nonostante l'ambito sia pianeggiante, il territorio non è privo di valori paesaggistici indicativi dovuti a un sistema ambientale comunque complesso.
Il territorio si presenta ricco di coltivazioni agrarie in un sistema parcellizzato che è comune all'ambito di pianura e tale paesaggio si è spinto anche in prossimità dei grandi fiumi. È dunque un paesaggio che muta con le stagioni, con la rotazione delle colture e che apre e chiude prospettive e mutamenti di colori.
Tale paesaggio modificato nei secoli dall'uomo, mostra ancora elementi di "naturalità” che si sono sviluppati in fasce sempre più ristrette e in ambienti artificiali prodotti dall'uomo. Infatti, a differenza di altre situazioni nelle quali l'agricoltura industriale estensiva ha eliminato l'articolato sistema di siepi che caratterizzava i fondi, il territorio del Parco e in particolare le aste dei fontanili, conserva fasce boscose e siepi di forte interesse ecologico e paesaggistico.
I boschetti attorno alle teste dei fontanili sono ancor più indicativi poiché rappresentano episodi sporadici nel paesaggio di pianura e rimandano agli antichi boschi planiziali che ricoprivano l'intero bacino padano.
Fra questi citiamo i boschi del Conzacolo a Ovest del Parco, in comune di Spirano. I fontanili sono ancora numerosi e conservano tutt'oggi quei caratteri che l'ingegno umano riuscì a realizzare sfruttando la geomorfologia del territorio. Fra questi si ricordano la Fontana Duretto, Pozzo dei Ceradelli, Fontana dei Morti, Fontanili del Conzacolo, Fontana Frera, Fontanile Moè, Pozzo Bosco, Pozzo Cacciatori e Pozzo Beta.
Altro elemento caratterizzante il paesaggio di pianura è la struttura degli insediamenti dell'uomo nei secoli che ha visto lo svolgersi attorno a dei nuclei in parte organizzati, dei quali a volte rimane traccia solo nei documenti storici e la presenza diffusa in vasti spazi di cascine a presidio dell'attività agricola e del sistema di vie ancora identificabile nella maglia agricola.

La pianura, l'esaltazione del "vuoto”
Il territorio del Parco, che possiede ancora ben evidenti gli elementi storici che hanno connotato il paesaggio, è caratterizzato dalla presenza dei numerosi fontanili e da un ben più complesso sistema irriguo che da Nord verso Sud, con andamento comune agli affluenti del bacino padano, attraversano la campagna.
Proprio i corridoi agricoli con andamento Nord-Sud, che proiettano lo sguardo sulle Prealpi bergamasche, sono uno dei caratteri salienti che l'osservatore percepisce entrando nella campagna dall'abitato.
Il paesaggio che ci circonda, fatta eccezione per rarissime aree periferiche ove la "natura vergine” è ancora leggibile, è frutto del continuo lavoro che l'uomo nei secoli scorsi ha eseguito con un'azione continua e profonda, mediante modificazioni e inserimenti, in funzione delle esigenze, incidendo negli aspetti fisici dell'ambiente.
È solo possibile ipotizzare che il paesaggio antecedente, la centuriazione romana, fosse caratterizzato da vaste aree a bosco, soprattutto lungo i corsi d'acqua naturali, e da ampie aree coltivate, soprattutto limitate alle zone più fertili.
Oltre ai boschi, ancora presenti in maniera sporadica a metà Ottocento e alle terre coltivate, vi potevano essere vaste zone improduttive per la presenza di paludi collocate probabilmente alla confluenza dei diversi corsi d'acqua e in aree depresse, ove paleo-fontanili emergevano spontaneamente.
Da questo scenario originario, in parte immaginario, dove i segni della presenza dell'uomo sono ancora quasi assenti e la natura ancora domina incontrastata, l'incidenza dell'azione dell'uomo, con un'economia prevalentemente basata sull'agricoltura, si fa via via sempre più evidente: la centuriazione romana, il medioevo e la cultura monastica segneranno e determineranno il paesaggio sino al secolo scorso, periodo al quale seguirà una lunga fase di industrializzazione ancora in essere.
Da un territorio naturale, si passa a uno caratterizzato dall'agricoltura, dove della "naturalità” rimane ben poco o nulla. Nel territorio agricolo ottocentesco i pochi boschi sono già confinati lungo i corsi d'acqua o lungo i fontanili, palesando un'intensa attività agricola che è tutt'oggi ben sviluppata e che caratterizza l'aspetto della pianura.
Il paesaggio in esame è tipico delle aree libere e ampie che caratterizzavano la pianura bergamasca, punteggiata da nuclei storici legati da un sistema di strade e corsi d'acqua che si intrecciavano, disegnando i futuri assi di sviluppo del territorio. Nell'esame dei catasti storici l'area è già ben connotata dall'attività agricola, segnata dai citati corsi d'acqua, la cui presenza determina terreni molto fertili e bagnati detti appunto "adacquatori”.
Come già evidenziato, la scarsa vegetazione del bosco, nonostante fosse già relegata in stretti ambiti perifluviali o in siepi senza alcuna traccia dell'antico bosco planiziale, appare ben più sviluppata rispetto anche ad altre situazioni simili proprio a causa del fitto intreccio dei fontanili che contribuiscono alla conservazione di questi ecosistemi complessi.
Il disegno del territorio è schematicamente caratterizzato dal nucleo storico di forma circolare, sviluppatosi attorno agli elementi primigeni, e dalla vasta campagna, all'interno della quale le grandi cascine, come "isole” emergenti fra le colture, marcano l'orizzonte e organizzano lo spazio, come la grande Cascina Trinità o il complesso agricolo di Castel Liteggio.
Proprio il rapporto storico cascine-nucleo, e più in generale quello campagna-città, è il carattere più evidente del paesaggio in esame.
Tale sistema è legato a una fitta rete di strade e rogge che si intrecciano "trapuntando” la campagna segnata verticalmente dalle siepi, filari e piccoli boschi che spesso marcano i fossi.
Ad eccezione di alcune delle strade campestri, in parte scomparse o mutate nella posizione, o di poche intrusioni estranee alla situazione, il paesaggio appare all'osservatore attento ancora ricco di elementi di qualità che evidenziano il lavoro secolare dell'uomo nel territorio e le potenzialità naturalistiche dell'area.
La recente espansione a "macchia d'olio” del nucleo originario di Cologno al Serio, simile a molti altre situazioni della pianura, non ha stravolto il paesaggio in esame palesando ancora interessanti vedute verso il sistema prealpico orobico e corridoi prospettici costituiti dal sistema vegetale.
La storia e la cultura hanno determinato il diverso approccio al paesaggio e al godimento di questo. In particolare la percezione del paesaggio, intesa quale punto/i di osservazione dal quale/i è possibile godere di un determinato ambiente urbano o rurale, è stata nei secoli determinata dalla rete di strade, che dall'antichità si è fatta sempre più fitta raggiungendo anche luoghi un tempo irraggiungibili, aprendo così nuovi panorami e visuali.
Il territorio agricolo è caratterizzato nella percezione del "vuoto” in contrapposizione con la città. Tale carattere, ben evidente quando si esce dai nuclei abitati, è parte integrante del paesaggio della pianura, ove i centri abitati e gli spazi agricoli si alternano in una successione spaziale, accomunati, soprattutto in passato, dalla funzione del produrre rurale.
Attraversando tali situazioni era ben evidente tale alternanza fra costruito e spazio agricolo, punteggiato solo da casolari e cascine dalle quali si diramavano strade spesso alberate che intrecciavano con i fossi una tela di rapporti.
Tale paesaggio è ancora ben percepibile nell'area in esame, non aggredita da una edificazione sparsa e disordinata che avanza normalmente dai nuclei abitati principali, slegata dalla campagna, senza alcun rapporto funzionale e visivo.
In particolare è peculiare la profondità dei cannocchiali prospettici che ancora si colgono e che investono, senza alcuna incertezza, l'osservatore rimarcando la natura rurale del territorio.
La profondità visiva è un elemento tipico dei grandi paesaggi che affascinano: il mare, il deserto, le grandi praterie americane o asiatiche, seppur connotati da pochi elementi costitutivi ma che attraggono per la profondità dello spazio visivo.
Il Parco riserva al visitatore, in particolare nella stagione primaverile, sensazioni tipiche di questi spazi immensi che permettono di liberare lo sguardo in profondità, senza barriere o elementi che ostacolano la percezione della campagna circostante.

IL PAESAGGIO E LA STORIA
Il paesaggio del Parco ma in generale il territorio italiano, è il risultato dei grandi mutamenti esercitati dalle azioni naturali, che hanno determinato la morfologia del territorio. Ciò nonostante anche l'azione dell'uomo, nella vita fisica dell'ambiente, ha inciso con un'azione continua, profonda e fatta di modifiche e inserimenti praticati in funzione delle sue esigenze.
Anche nel limitato territorio del PLIS, con le vicende del quotidiano, il culto e il sistema delle proprietà, tali azioni umane hanno influito in modo decisivo sul paesaggio.
Il territorio del Parco contiene in sé tutti quegli aspetti delle vicende storiche che hanno caratterizzato la storia di Cologno al Serio. È innegabile che le vicende storiche, confermate da studi recenti, ci dicano di un territorio che si è sviluppato non attorno ad un unico nucleo ma attraverso diversi insediamenti che furono decisivi nella storia di Cologno.
Infatti, è curioso osservare come un territorio agricolo di qualche centinaio di ettari, attraverso l'esame attento delle vicende storiche, porti a individuare ben quattro contrade già citate nei documenti prima dell'anno mille: Magiano o Mazano, che si estendono nell'area denominata "I morti dell'Arca”, Cadenne di Sopra in prossimità dell'area della Cascina del Maglio, Liteggio comune autonomo ancora alla fine del XVI secolo e lo stesso nucleo di Cologno, svelando un paesaggio certo non monotono e privo di cultura.
Tali insediamenti posti ai margini dell'area a Parco, svelano un'altra sorpresa rilevata dagli studiosi che hanno approfondito la storia di Cologno: dalla lettura di un documento antico, mentre si descrivono i confini di una serie di proprietà, si menziona il rio Morla che avrebbe attraversato la parte mediana del territorio del Parco e più esattamente a ponente della Cascina Trinità. A riprova di tale antico transito del Rio, che poi sarebbe stato spostato, vi sono diversi elementi. La presenza di un Rio Morla a Bariano quindi a sud in continuità geografica con l'ipotizzato paleoalveo, la presenza di aree definite ancora "Moja”, cioè paludose, nella toponomastica medioevale, la presenza nel catasto di metà Ottocento di un alveo strutturato in corrispondenza dell'antico Rio, sono alcuni dati che supportano tale tesi.
Lo studio dei catasti storici e dei documenti ci restituisce un paesaggio agricolo che originariamente era ricoperto da boschi con aree in parte, paludose determinate dalle fontane che, anche spontaneamente, sgorgavano e segnavano la campagna con andamento prevalente Nord-Sud.
L'uso del suolo rilevato dalla cartografia e dai documenti storici in generale, ci indica una presenza ancora notevole di boschi nell'Alto medioevo, soprattutto nella porzione Sud del Parco e in corrispondenza del principale fontanile, la fontana o sorgente Frera. Anche nel Catasto di metà Ottocento la presenza dei boschi è ancora rilevante soprattutto lungo le aste dei fontanili.
Il sistema viario attuale è costituito sulla rete storica che vedeva nei due assi principali: la strada regia per Crema che da Cologno si dirigeva a Sud e la strada per Liteggio, meno importante, che con andamento Sud-Ovest collegava Cologno e Liteggio per poi proseguire per Brignano Gera d'Adda e il territorio milanese.
Una rete viaria minore collega gli insediamenti storici di Cologno: la strada per la chiesetta dei Morti dell'Arca, l'antico "Magianum” Magiano o "Mazano” o la via per il Maglio sono percorsi ancora oggi permettono di leggere le dinamiche e i rapporti che legavano le diverse parti del territorio.

Il Castello di Liteggio
Nella località Liteggio o "Litezzo”, come da mappe ottocentesche, vi è un castello denominato appunto Castel Liteggio. Concesso in feudo nel XIV secolo da Azzone Visconti a Guiscardo Lanzi, nativo di Cologno e possidente di gran parte di Liteggio e della Cascina Trinità, il castello sorse a guardia del Fosso Bergamasco che segnava il confine tra la Repubblica di Venezia e il Ducato di Milano.
La funzione difensiva del Castello è ancor ben evidente dallo schema iconografico che evidenzia la struttura chiusa con corte centrale, il fossato con acqua e le strutture, talvolta merlate, anche se ingentilite nei secoli, in cui fu destinato a dimora di campagna.
Il Da Lezze, nella sua Relazione del 1596, scrive che in Liteggio (Litez) vi è un "…loco da patroni circondato di muro et fosso pieno di aqua”. Decaduta la funzione difensiva, il Castello è stato trasformato in residenza di campagna e ora si trova in stato di abbandono.

Il Fosso Bergamasco
I primi documenti che ne attestano l'esistenza sono collocabili attorno all'anno 1285, quando il fossatum Pergami è menzionato in alcuni atti riferiti al paese di Mozzanica.
Si ritiene quindi che il Fosso sarebbe stato scavato tra la fine del XIII e l'inizio del XIV secolo, utilizzando in parte tratti di canali e fontanili già esistenti nella zona, alcuni risalenti anche all'epoca romana.
L'importanza del Fosso è data dal fatto che nel corso dei secoli fu sovente utilizzato come confine tra le diverse dominazioni del tempo, facendone così una zona al centro di contese e battaglie nell'età medievale e nelle epoche successive.
Il Fosso Bergamasco in età comunale separava il territorium pergomense dal contado di Cremona mentre in età veneziana coincise con il confine di Stato.
Citato in documenti risalenti alla seconda metà del XIV secolo, con il nome di Fossatum Bergamaschum, fu utilizzato dalla Repubblica di Venezia dal 1427 per definire i limiti occidentali del proprio Stato di terra, confinanti con i territori del Ducato di Milano.
Verso la fine di quel secolo fu inoltre deciso che anche la giurisdizione religiosa seguisse i confini amministrativi, facendo quindi coincidere quelli della diocesi con quelli della provincia.
Nel 1797 il crollo della Repubblica di Venezia, causato dall'arrivo dei francesi che instaurarono la Repubblica Cisalpina, portò quella zona di pianura a essere compresa in territori più ampi, facendo perdere al Fosso Bergamasco le funzioni di confine di stato e facendo iniziare per il tracciato un periodo di abbandono pressoché totale.
Qualche anno più tardi anche la provincia di Bergamo fu ampliata andando a includere territori posti a sud del fosso, che quindi rimase utilizzato soltanto come delimitazione dei confini diocesani, tuttora vigenti, tra le Diocesi di Cremona, Milano e Bergamo, tant'è che la distinzione tra diocesi e province è qui più marcata che in altri luoghi d'Italia.
Il tracciato del fosso bergamasco, lungo circa trentacinque chilometri e largo mediamente "tre passi veneziani" (circa cinque metri), si sviluppava da Ovest diramandosi dalla sinistra orografica del fiume Adda (confine naturale tra la provincia bergamasca e quella di Milano), in una località posta tra i centri abitati di Capriate San Gervasio e Brembate nell'estremità meridionale del territorio denominato Isola bergamasca.
Era paragonabile a un vero e proprio fossato, al pari di quelli che cingevano le fortificazioni dei borghi di quel tempo, differenziandosi non poco dalle seriole d'irrigazione che costellavano l'intera pianura bergamasca.
Una particolarità del manufatto era data dal fatto che sul lato posto a Nord (quindi in territorio bergamasco) vi era un argine molto più pronunciato di quello sul lato opposto, dovuto al continuo accumulo di terra ricavata sia dal primo scavo sia, in seguito, dagli interventi di manutenzione.
Con un andamento longitudinale dopo un paio di chilometri intersecava il fiume Brembo, per riprendere poi il suo corso in direzione Sud-Est, passando a Sud dei paesi di Boltiere, Ciserano, Arcene, Lurano e Spirano.
Il tracciato, proprio in prossimità della località Liteggio, sterza bruscamente verso Sud, delimitando il confine tra i comuni di pagazzano e Morengo, per immettersi poi nel fiume Serio dopo il centro abitato di Bariano e a nord di Fornovo San Giovanni.
Riprendeva quindi qualche chilometro più a sud, diramandosi dalla sinistra orografica del Serio dopo il centro abitato di Fara Olivana.
Dopo aver delimitato il territorio comunale di Romano di Lombardia, si indirizzava verso Nord-Est, passando a Nord di Covo e Calcio, per poi congiungersi con il fiume Oglio, utilizzato come confine naturale tra la provincia orobica e quella di Brescia, nei pressi della cascina Motta.


ASPETTI FLORISTICO-VEGETAZIONALI

I fontaniliCome già accennato, il prezioso fenomeno delle risorgive trova la sua spiegazione nella diversa natura litologica e geologica dei suoli che contraddistinguono la pianura padana: la parte più settentrionale della piana alluvionale, costituita da materiale più pesante e grossolano come massi, ciottoli, ghiaia, favorisce la percolazione e l'infiltrazione dell'acqua meteorica e fluviale nel sottosuolo; la bassa pianura, invece, è caratterizzata dalla presenza di sedimenti più fini e leggeri, di natura impermeabile.
È dall'incontro di queste diverse composizioni litologiche che l'acqua, infiltrata all'origine si accumula, si ingolfa ed emerge in superficie. Se con il termine risorgiva si fa riferimento al fenomeno naturale di emersione in superficie dell'acqua, è bene specificare che il fontanile, invece, è frutto dell'ingegno e del lavoro dell'uomo che ha saputo identificare e attivare quei punti particolarmente idonei ad assecondare il fenomeno di risalita.

Struttura e ruolo dei fontanili
Dal punto di vista strutturale, i fontanili, sono composti sostanzialmente da uno scavo, denominato "testa”, che può essere di diverse forme e dimensioni secondo l'assetto morfologico in cui è collocato, della funzione, e dalla quantità d'acqua erogata. Le prese d'acqua situate in corrispondenza della testa, e talvolta anche per il primo tratto dell'asta, prendono il nome di "polle” o "occhi”; tali elementi sono per lo più costituiti da tini di legno o cemento, o tubi di ferro che comunicando direttamente con la falda favorendo la risalita dell'acqua in superficie.
Nei casi di fontanili in cui lo scavo è quasi prossimo al livello della falda tali elementi di risalita possono essere assenti; trattasi allora di fontanili o sorgenti d'acqua per "infiltrazione dal terreno”.
Un secondo elemento costituente il fontanile è rappresentato dall'asta, un canale di scorrimento dell'acqua solitamente analogo a un fossato, ma talvolta di dimensioni più ampie e realizzato più in profondità rispetto al piano di campagna.
Nonostante l'aspetto più attraente di un fontanile possa, all'apparenza, essere attribuito alla testa, l'asta riveste un ruolo di straordinaria importanza funzionale perché generatrice di una pluralità di cavi irrigui secondari che, diramandosi nelle campagne circostanti, disegnano i lineamenti del reticolo idrografico minore e configurano la struttura della rete ecologica territoriale.
L'esigenza di rendere i terreni agricoli produttivi e in grado di soddisfare i bisogni alimentari della popolazione tramite l'agricoltura, da quasi mille anni, spinse l'uomo a prodigarsi in quegli interventi sul territorio atti a bonificare le zone acquitrinose e paludose e a ridistribuire nelle zone più asciutte l'acqua raccolta.
Fu tramite questa "politica” che furono allargate e confinate le depressioni nei punti di risorgiva e, con lo scavo di canali di distribuzione, si convogliarono le acque in modo razionale e programmato.
Nascevano così i fontanili, intelligenti opere idrauliche che rappresentarono l'energia d'esistenza non solo di una nuova frontiera dell'agricoltura ma anche dell'intero ecosistema rurale come i mulini e l'allevamento.
A differenza dei fiumi e dei corsi d'acqua maggiori, una delle principali caratteristiche dei fontanili è la quasi costante temperatura dell'acqua nell'arco dell'anno: mentre le acque di scorrimento superficiale possono raggiungere escursioni termiche annuali sino a 20°C, l'acqua di risorgiva presenta una variazione piuttosto contenuta (Δt°max ≈ 5°C), in pratica una temperatura compresa tra i 9°C e i 14°C circa e proprio grazie a questa peculiarità che tali acque, oltre che per l'attuale utilizzo nell'irrigazione estiva, sono state impiegate per molti secoli nella pratica colturale dei prati marcitoi.
Col passare dei secoli, nella provincia bergamasca, l'importanza dei fontanili andò via via crescendo e, nell'Ottocento sino alla prima metà del Novecento, i capifonte erano numerosissimi al punto tale che la confluenza di diverse aste in un'unica roggia o naviglio costituiva la quantità d'acqua in grado di muovere numerosi mulini e di rappresentare l'asse d'impianto di diverse attività industriali come magli e opifici.
Nel secondo Novecento, però, con il decollo industriale e la nuova economia, questo ruolo è andato spegnendosi: la pratica dei prati marcitoi è stata abbandonata, così come sono scomparsi numerosi mulini e aziende d'artigianato legate alle acque di roggia; le falde di risorgiva, inoltre, si sono abbassate di livello, cessando il fenomeno di erogazione e causando l'inattività, l'abbandono e l'interramento di numerosi fontanili situati nella fascia più settentrionale.

I fontanili e i corsi d'acqua compresi e nei pressi del territorio del PLIS
La linea orizzontale tracciata dalla strada Francesca può essere indicata come il limite della fascia delle risorgive. Il territorio in analisi, pertanto, è caratterizzato dalla presenza dei fontanili più a nord dell'intera fascia delle risorgive.
Negli ultimi decenni la riduzione delle precipitazioni meteoriche associata a fenomeni di sovrasfruttamento della falda, ha prodotto un abbassamento del livello piezometrico, comportando il conseguente prosciugamento dei capifonte della zona più settentrionale.
Il fenomeno non è solo di interesse idrogeologico ma ha ripercussioni sulle cenosi vegetali che popolano questi ambienti: mancando l'acqua, infatti, scompaiono molte specie igrofile ed elofite che popolano il fondale, le teste, i bordi, a vantaggio di specie solitamente più obiquitarie. 
Di contro va osservato, tuttavia, che il minor interesse per il fontanile (e quindi una scarsa manutenzione a favore della rinaturalizzazione) ha favorito in alcuni casi un maggiore sviluppo della vegetazione ripariale arboreo-arbustiva che presenta in questa fascia le espressioni migliori per consistenza del manto vegetale e per valore naturalistico.
I fontanili censiti nel presente studio, sono: fontana Frera; fontanile Spiranella; fontanile Duretto; fontanile presso località Morti dell'Arca; fontanile nel boschetto di Spirano; fontanili del Conzacolo; due fontanili c/o la S.P. 122 per Spirano; fontanile Moè a Sud-Est della Cascina Trinità.
Nel caso di massima strutturazione l'equipaggiamento vegetale di testa e asta sono costituiti da quattro macro-fasce:
• la cortina vegetale posta a livello del piano di campagna o in certi casi leggermente rialzata, (considerata di tipo "lineare” se compresa in una cintura inferiore a 2 m, altrimenti "areale” se più estesa, a mo' di boschetto);
• la cortina vegetale che colonizza la scarpata interna, compresa tra il piano di campagna e il fondo del cavo;
• la vegetazione di bordura, tra l'acqua e l'inizio della scarpata;
• la vegetazione acquatica che occupa l'alveo.
Dei nove capifonte indagati, otto sono dotati di una cortina vegetale ripariale arborea di tipo lineare, solitamente continua, ben composta, e spesso popolata da specie di pregio naturalistico.
In quasi tutti i capifonte si riscontrano, infatti, oltre alle dominanti robinia e platano, una indicativa diffusione di olmi (Ulmus minor), notevoli esemplari di quercia farnia (Quercus robur), e di pioppi (Populus nigra). Anche l'acero campestre (Acer campestre) non è poco frequente: si riscontra presso i fontanili a cavallo della strada per Spirano, al fontanile Spiranella, al fontanile Frera; è invece più sporadica la presenza del bagolaro (Celtis australis) rinvenibile al fontanile Briccone o di frassini (Fraxinus excelsior) di cui si nota qualche esemplare lungo l'asta del fontanile Duretto.
Molto più diffuso in qualche siepe che costeggia i fossi o lungo il tracciato di vecchie aste di fontanili (come nel tratto terminale dell'antico corso del fontanile Duretto) ma assai raro presso le teste è invece il salice (Salix alba). Rarissima poi è la diffusione dell'ontano (Alnus glutinosa) pianta igrofila che dovrebbe trovare in questi ambienti il suo habitat ideale ma rinvenuto solamente al fontanile a sud est di Cascina Trinità. 
Nei due fontanili in cui la copertura arborea è di tipo areale, cioè il fontanile inserito nel boschetto di Spirano e il sistema di fontanili del Conzacolo, trovano spazio oltre alle citate specie anche il carpino (Carpinus betulus), l'acero di monte (Acer pseudoplatanus), il noce (Juglans regia).
Lo strato arbustivo è sempre caratterizzato dal sambuco (Sambucus nigra), dal nocciolo (Corylus avellana), abbastanza frequente anche il prugnolo (Prunus spinosa), il corniolo (Cornus sanguinea) e non raro il biancospino (Crataegus monogyna) osservato ad esempio al fontanile Spiranella, al fontanile Moè a Sud-Est della Cascina Trinità, e in uno dei fontanili c/o la S.P. 122 per Spirano.
Sebbene la maggior parte dei fontanili in analisi sia equipaggiato con cortine vegetali di tipo non areale ma lineare, esse sono sempre ricche e ben strutturate ed offrono alle specie di sottobosco la garanzia di habitat freschi, ombrosi, e protetti dagli ecosistemi limitrofi quali strade o coltivi.
Si registra la presenza di specie di notevole interesse naturalistico come il sigillo di Salomone (Polygonatum multiflorum) presso il fontanile Spiranella, il fontanile Frera, il fontanile Conzacolo, alcuni tratti del Fosso bergamasco; di campanula selvatica (Campanula trachelium) presso  fontanile a Sud della strada per Spirano, fontanile Spiranella, il fontanile Frera, il fontanile Duretto.
Importante la diffusione della pervinca (Vinca minor) in quasi tutti i fontanili, delle felci; notevoli le popolazioni di (Pteridium aqulinum); interessanti le cenosi di Lamiastrum galeobdolon, Mellitis mellisophyllum, Ornithogalum umbellatum, Ranunculus ficaria, Coronilla emerus, Equisetum telmateja, più singolare la presenza di clinopodio dei boschi (Clinopodium vulgare) rinvenuto solo in un tratto del fontanile a Sud della S.P. 123 o del dente di cane (Herytronium dens-canis) presso il fontanile Frera.
Va osservato che il sottobosco di questi ambienti è sì ad elevato tasso di biodivesrsità e popolato da specie importanti, ma la trascuratezza della manutenzione, dovuta all'inutilizzo della risorgiva, se non addirittura l'abbandono, determina un processo di evoluzione delle cenosi vegetali non sempre positivo.
Si distinguono allora i casi in cui il sottobosco, inserito in un contesto di buona matrice naturale, verte verso il climax a bosco naturale, dal caso in cui il fontanile confina con aree antropiche o con i coltivi, per cui l'abbandono delle pratiche manutentive dal capifonte facilita la contanimazione dell'habitat da parte delle specie sinantropiche o infestanti.
È quest'ultimo il caso più delicato e che merita particolare attenzione in materia di gestione della natura: si osservano situazioni in cui la vegetazione lianosa, invasiva e infestante deturpa il paesaggio vegetale di sottobosco. Sicchè, con indignazione, trovi Campanula trachelium che spicca a fatica tra cespi di rovi, Polygonatum multiflorum avviluppato dai fusti volubili di Calistegia spium e tappeti di Vinca minor che si scontrano testa a testa con macchie di Sycios angulatos.
Collocati, come già detto, nell'area più a Nord della fascia delle risorgive, i fontanili in analisi sono soggetti a lunghi periodi di secca. La mancanza dell'acqua per intere stagioni, o in alcuni casi, per diversi anni consecutivi, comporta la scomparsa delle tipiche specie vegetali che popolano i bordi e l'alveo del corso d'acqua, sostituite da cenosi in buona parte riconducibili a quelle caratteristiche delle siepi interpoderali.
Nei fontanili attivi, nel contingente delle erbacee che popolano la facies dei bordi più incontaminati, si osservano piante come la canapa d'acqua (Eupatorium cannabinum), la cariofillata comune (Geum urbanum), l'emero (Coronilla emerus), l'erba maga comune (Circaea lutetiana), la saponaria comune (Saponaria officinalis), l'erba maga comune (Circea lutetiana), il geranio di S. Roberto (Geranium robetianum), il poligono nodoso (Polygonum lapathifolium), il pepe d'acqua (Polygonum hidro-piper) e sulle rive poco scoscese la salcerella (Lythrum salicaria), pianta dalle foglie lanceolate e dalle vistose infiorescenze roseo-porporine.
Nelle zone spondali presenziano anche specie nitrofile comuni come l'ortica (Urtica dioica), le false ortiche (Lamium sp. pl.), i romici (Rumex sp.pl.), e la vetriola comune (Parietaria officinalis).
Data l'inattività prolungata da ormai diverse stagioni, anche nella maggior parte dei fontanili attualmente attivi (es. i due capifonte a cavallo della strada per Spirano, il fontanile Moè a sud est di Cascina Trinità), non si riscontra la presenza della vegetazione tipica dei fondali. Fa eccezione fontana Frera dove si verifica la presenza di veronica acquatica (Veronica anagallis-aquatica) e crescione d'acqua (Nasturtium officinalis).

Le siepi interpoderali
Le siepi interpoderali rappresentano uno degli aspetti naturalistici che hanno maggiormente contraddistinto il paesaggio agrario padano dei secoli scorsi fino agli inizi degli anni cinquanta, quando una serie di concause ha dato il via ad un inarrestabile e incalzante processo di diminuzione quantitativa e qualitativa di questo importante  infrastruttura ambientale e paesistica.
Il territorio di Cologno al Serio, come gran parte della pianura lombarda, appariva già nel secolo XVI contrassegnato da una ordinata organizzazione del territorio agricolo, segni e memorie ereditati dalla centuriazione romana e successivamente dall'impronta medioevale; tuttavia il periodo più interessante per il contesto agricolo corrispose al secolo XVIII, quando si assistette in tutta la bassa pianura lombarda all'introduzione del gelso e al conseguente allevamento dei bachi da seta che rappresentarono una notevole potenzialità economica per gli abitanti del luogo.
Fino agli inizi del secolo scorso, infatti, la campagna bergamasca era dipinta da un'intensa e incantevole trama di filari di alberi che incorniciavano i campi, affiancavano le rive di corsi d'acqua e dei fossi, delineavano i confini di proprietà. Oggigiorno la situazione è cambiata, i lunghi filari di alberi (soprattutto i gelsi) che percorrevano e segnavano i confini poderali, le siepi, e le storiche piantate sono stati in buona parte eliminati e il suolo viene gestito in modo diverso (monocoltura, coltivazione di ortaggi, serre), con diverse tecniche e soprattutto con moderni mezzi agricoli che necessitano di spazi più ampi e liberi.
A differenza di talune situazioni (tra le quali i territori vicini, o comunque della campagna bergamasca) in cui le siepi interpoderali sono alquanto ridotte in termini di superficie e di biodiversità, nell'area più a Nord del PLIS si registra una sorprendente organizzazione territoriale, in cui le cortine vegetali che delimitano gli spazi agrari si impongono come forte segno paesaggistico e oltremodo naturalistico.
Quasi tutte, o certamente un'ottima parte, delle quinte vegetali analizzate, sono tutt'altro che banali: costituite per la maggior parte dal frequente binomio di platano (Platanus hybrida) e robinia (Robinia pseudoacacia), esse sono popolate dall' olmo campestre (Ulmus minor) che compare con assoluta buona frequenza, dal  pioppo (Populus nigra) spesse volte di dimensioni monumentali, non di raro si incontrano esemplari  di farnia (Quercus robur) e di aceri campestri (Acer campestre), si aggiungono poi frassini (Fraxinus excelsior), più sporadici ma non pochi esemplari di bagolaro (Celtis australis), qualche gelso (Morus alba).
Comune è l'infestante ailanto (Ailanthus altissima), pianta di origine cinese conosciuta dalla gente del posto come "nus selvasga” (impropriamente noce selvatica) che in certi casi può creare anche lunghe cortine vegetali a discapito di piante autoctone.
Anche lo strato arbustivo si presenta nella maggior parte dei casi  ben strutturato, annoverando tra le sue più frequenti specie il nocciolo (Corylus avellana), il prugnolo (Prunus spinosa), il corniolo sanguinello (Cornus sanguinea), la fitolacca (Phytolacca americana), meno diffuso ma comunque presente il biancospino (Crataegus monogyna), più puntiforme invece il cappello del prete o fusaggine (Euonymus europaeus), in rari casi come in una siepe nei pressi del fontanile Duretto il pallon di maggio (Viburnum opulus).
Gli esemplari di specie lianose sono rappresentati dall'edera (Hedera helix), dal luppolo (Humulus lupulus), dalla vitalba (Clematis vitalba), dal tamaro o vite nera (Tamus communis) e da specie esotiche infestanti come la zucchina americana (Sicyos angulatus).
Tra le specie più ricorrenti che caratterizzano lo strato erbaceo, invece, figurano il rovo comune (Rubus ulmifolius), la vetriola comune (Parietaria officinalis), la gramigna comune (Agropyron repens), la bardana maggiore (Arctium lappa) dalle grandi foglie, il forasacco rosso (Bromus sterilis), l'equiseto ramosissimo (Equisetum ramosissimum), la falsa ortica bianca (Lamium album), la malva selvatica (Malva sylvestris), alcuni esemplari di malva alcea (Malva alcea), la menta selvatica (Menhta longifolia), il marrubio selvatico (Ballota nigra), gli amaranti (Amaranthus retroflexus, A. deflexus),, le artemisie (Artemisia vulgaris, A. verlotorum).
Spesso nelle siepi lo sviluppo delle specie infestati quali Ailanthus altissima, Phytolacca americana, Sicyos angulatos,  o fortemente invasive come ad esempio i rovi (Rubus ulmifolius), ostacolano la crescita delle geofite nemorali come i bucaneve (Galanthus nivalis), i campanelli di primavera (Leucojum vernum), il dente di cane (Erythronium dens-canis) sottraendo loro spazio vitale.
Per questo motivo, ai fini di una salvaguardia della vegetazione più vulnerabile ed anche più pregiata perché rappresentativa delle antiche cenosi dei boschi planiziali, si impone in modo imprescindibile l'esigenza di una attenta gestione ed accesa sensibilità del verde naturale.
Le erborizzazioni effettuate nel territorio del PLIS, oltre alle sopraccitate piante, hanno portato alla conoscenza di alcune "sorprese botaniche” ovvero al censimento di specie di pregio naturalistico: si registra, per esempio, una marcata e tipicamente locale diffusione di felci (Dryopteris filix-mas, Pteridium aquilinum); come in poche altre siepi interpoderali dei territori bergamaschi circostanti, la presenza di queste pteridofite è espressione di una adeguata conservazione e gestione delle siepi campestri.
Tra le altre specie considerate importanti sotto il profilo naturalistico si constata la presenza della campanula selvatica (Campanula trachelium), solitamente rara nelle siepi della media pianura bergamasca, del sigillo di Salomone (Polygonatum multiflorum), di falsa ortica maggiore (Lamium orvala), di alliaria (Alliaria petiolata), ingenti e diffusi tappeti di pervinca (Vinca minor), ed ancora paleo silvestre (Brachypodium sylvaticum), giardina silvestre (Aegopodium podagraria), gigaro (Arum maculatum), latte di gallina (Ornithogalum umbellatum) viole (Viola sp.pl.) e ranuncolo favagello (Ranunculus ficaria).
Merita una sottolineata segnalazione la presenza di stazioni del rarissimo ciclamino (Cyclamen europaeum), presso alcune siepi interpoderali molto ben strutturate.
L'ampiezza della cortina vegetale, determinata dal duplice ed ininterrotto filare di piante, associata ad una corretta e rispettosa gestione del verde, rende questi ambienti cardini ecologici straordinari, paragonabili ai boschi in termini di biodiversità.
La situazione differisce nella porzione meridionale del PLIS dove il basso valore di biodiversità registrato è soprattutto relazionato alla mancanza di ambienti naturali o seminaturali, siepi interpoderali comprese. In questo caso gli ultimi "lacerti” di naturalità dovrebbero essere, come suggeriscono i più recenti indirizzi di gestione territoriale, adeguatamente salvaguardati e, soprattutto in questa area, rafforzati.
Eventuali interventi in tal senso, sono fondamentali per il ripristino della funzionalità ecologica del territorio. Il raccordo degli elementi della  vegetazione semi-naturale presenti all'interno del territorio di Cologno al Serio, favorirebbe lo spostamento della fauna e la salvaguardia delle popolazioni vegetali, oltre che un miglioramento paesaggistico di indubbio e positivo riflesso sulla qualità della vita.

La vegetazione delle aree boscate comprese e nei pressi del territorio del PLIS
Comprese e nei pressi del territorio del PLIS sono presenti alcune piccole e medie aree boscate dell'ordine di grandezza di qualche ettaro che in aggiunta alle aree verdi che contornano la testa dei fontanili rivestono in primis il ruolo di serbatoi ecologici su scala territoriale locale.
Un suolo riparato da una strutturata copertura vegetale arborea e talvolta percorso da corsi d'acqua minori, conferisce a questi lembi di terra caratteristiche microclimatiche adatte alla sopravvivenza delle specie nemorali dei querco-carpineti planiziali.
Oltre alle aree boscate appartenenti al sistema di risorgive del Conzacolo, un buon serbatoio di biodiversità floristica è rappresentato dal boschetto a Sud-Ovest della Cascina Trinità, nel quale si osservano specie arboree e arbustive quali robinia (Robinia pseudoacacia), platano (Platanus hybrida), diffusi esemplari di quercia (Quercus robur) associati a olmi (Ulmus minor), aceri campestri (Acer campestre), numerosi noccioli (Corylus avellana) mentre nello strato erbaceo si rinvengono pervinca (Vinca minor), edera (Hedera helix), tamaro (Tamus communis), sigillo di Salomone (Polygonatum multiflorum) e consolida femmina (Symphitum tuberosum).
Di significativo valore ecologico è anche l'area boscata limitrofa al PLIS, che trovandosi a Nord della S.P. 123 rientra però nel confine amministrativo di Spirano. Diverse specie tra le quali popolazioni di conifere piantumate descrivono una buona superficie boscata; olmi (Ulmus minor),  aceri (Acer campestre, A. pseudoplatanus), bagolari (Celtis australis), tigli (Tilia cordata),  oltre a robinie e platani costituiscono il tessuto arboreo periferico al bosco e che equipaggia il fontanile (ora inattivo) al suo interno dove, tra le erbacee più interessanti, si possono osservare ingenti tappeti di pervinca (Vinca minor).
Vanno segnalate, inoltre, altre situazioni a considerevole copertura arboreo-arbustiva che nonostante non siano riconducibili a veri e propri boschi, rappresentano punti di interessante ruolo reale e potenziale di serbatoio ecologico; si tratta della macchia verde prossima alla zona industriale ad Est del boschetto della Cascina Trinità, e il corridoio compreso tra le aste di roggia Pagazzana e rio Conzacolo dal punto in cui scorrono ravvicinate e parallele sino al Fosso Bergamasco.
In tale area si rinvengono interessanti cenosi vegetali, talvolta però disturbate dal sopravvento di invasive. Si segnala, inoltre, che sui muri stillicidiosi del sistema di manufatti presente nel punto d'incontro di questi tre corsi d'acqua crescono popolazioni di erba rugginina (Asplenium trichomanes).

La vegetazione dei suoli sarchiati e delle colture cerealicole
Gli appezzamenti di terreno della campagna bergamasca, in passato di dimensioni contenute, nel corso della seconda metà del secolo scorso, sono stati accorpati  in grandi spazi adibiti interamente alla coltivazione, spesso intensiva, di poche specie di cereali e leguminose generando una considerevole perdita estetico-paesistica oltre che una riduzione della biodiversità.
Il territorio del PLIS tuttavia, soprattutto nelle porzioni a Nord e a Sud-Est della strada per Morengo, in controtendenza con la situazione generale padana, conserva ancora mappali agricoli di modeste dimensioni (coltivati a frumento, orzo, mais, colza, prati), intercalati da numerose siepi interpoderali, e delinea un paesaggio agrario articolato e gradevole, quasi mai banale.
Più omogenea e povera sotto il profilo paesaggistico e naturalistico è, invece, l'area Sud del PLIS, dove una grande steppa cerealicola è interrotta solamente dal corso della roggia Frera che, scorrendo da Nord a Sud, solca il territorio separandolo in due grandi porzioni.
Analizzando i coltivi dal punto di vista botanico si registra che nelle colture dei cereali a semina autunnale o inizio primaverile, quali l'orzo e il frumento, convive un'associazione di specie vegetali considerate in agricoltura generalmente infestanti.
Sono piante a rapido sviluppo, i cui semi sono liberati prima della trebbiatura dei coltivi o mescolati con le cariossidi dei cereali, per venire riseminati l'anno successivo.
Si tratta di specie ormai scomparse dai loro ambienti naturali primari, vivono solamente nei coltivi, legate alle colture di cereali, o ai margini dei campi ma l'uso massiccio dei diserbanti le sta ormai portando all'estinzione. È questo il caso di essenze quali il fiordaliso vero (Centaurea cyanus), lo specchio di venere (Legousia speculum-veneri), la viola dei campi (Viola arvensis), la speronella consolida (Consolida regalis) e il bellissimo gladiolo dei campi (Gladiolus italicus).
Nei coltivi del territorio del PLIS nessuna di queste specie è stata rinvenuta. Diversa è invece la situazione di altre infestanti che, data la longevità dei loro semi e la resistenza dei loro rizomi, si ripresentano puntualmente ogni anno compromettendo la qualità dei raccolti; nei campi coltivati ad orzo o a frumento dove i trattamenti chimici sono stati più leggeri o malriusciti, sono state registrate specie diffuse come il papavero rosso (Papaver rhoeas), l'avena matta (Avena fatua), e lo stoppione (Cirsium arvensis), seguite da camomilla (Matricaria camomilla), centocchio comune (Stellaria media), veronica comune (Veronica persica), falsa ortica comune (Lamium purpureum), firenarole (Poa annua, P. trivialis), coda di topo (Alopecurus myosuroides ).
I suoli sarchiati, quali  i campi di mais e di colza, terreni ben aerati, concimati e ricchi di nitrati, ideali per il rigoglioso sviluppo delle specie floristiche, risultano essere luoghi dalle condizioni assai selettive per la vegetazione spontanea.
In questi ambiti vegetano  specie competitive con quelle coltivate e quindi ritenute infestanti; vengono pertanto irrorate da diserbanti chimici. Tale operazione non ha però risolto il problema della loro eliminazione, ne ha ridotto sì il numero delle specie, ma contemporaneamente ne ha selezionato un gruppo assai resistente di difficile eradicazione.
Le periodiche e costanti lavorazioni costringono le specie spontanee a svolgere l'intero ciclo biologico in tempi strettissimi. Oltre a  resistere alle successive lavorazioni, devono saper compiere l'intero ciclo biologico, cioè fiorire, fruttificare e disseminare, prima della raccolta delle piante messe a coltura.
Le infestanti più frequentemente rinvenute sono il diffusissimo cencio molle (Abutilon theophrasti), la zucchetta americana (Sicyos angulatos), il sorgo selvatico (Sorghum halepense), il vilucchio comune (Convolvulus arvensis), la sanguinella comune (Digitaria sanguinalis), il giavone comune (Echinoclhoa crus-galli), il pabbio comune (Setaria viridis), la morella comune (Solanum nigrum), e le specie del genere Amaranthus.

La vegetazione dei prati
La flora che compone la vegetazione dei prati falciati è decisamente influenzata dall'azione antropica. Il consorzio delle erbe utilizzate come fonte di foraggio è rappresentato da un contingente di essenze selezionate dall'operatore agricolo e da un altro contingente che spontaneamente si insedia nei prati.
Nei prati stabili, le essenze più comuni sono l'avena altissima (Arrhenatherum elatius), pianta a crescita rapida e resistente alla siccità, il loglio comune (Lolium perenne)  il loglio  maggiore (Lolium multiflorum), la fienarola dei prati (Poa pratensis), la fienarola comune (Poa trivialis).
Le leguminose, trifoglio pratense (Trifolium pratense) ed erba medica (Medicago  sativa), vivono in simbiosi con batteri del genere Rhizobium, capaci di fissare l'azoto molecolare presente nell'atmosfera. La loro presenza favorisce, quindi, la fertilizzazione del terreno. Oltre alle erbe selezionate dall'uomo, convivono, anche se non sempre desiderate, altre specie vegetali, le più frequenti delle quali sono il ginestrino comune (Lotus corniculatus), il dente di leone (Taraxacum officinale), la radicchiella vescicosa (Crepis vesicaria), il delicato billeri primaticcio (Cardamine hirtsuta), il caglio tirolese (Galium mollugo), la romice acetosa (Rumex acetosa), e il millefoglio bianco-roseo (Achillea roseo-alba), dalle delicate ligule rosee, la piantaggine lanciuola (Plantago lanceolata), dal lungo fittone e dalle foglie coriacee e il ranuncolo strisciante (Ranunculus repens).

ASPETTI FAUNISTICI
Le presenze faunistiche che vivono in un territorio sono strettamente legate a condizioni ambientali quali il clima, l'umidità, la temperatura, e soprattutto la tipologia di ambiente che lo determina. L'ambiente caratterizzante il PLIS in oggetto è in buona parte costituito dal tessuto agricolo (campi di mais, frumento, orzo, colza, miglio, prati), spiccano tuttavia per qualità floristico-vegetazionali elementi semi-naturali quali alcune macchie boscate, fontanili, siepi ripariali del reticolo idrografico minore e siepi interpoderali; habitat questi estremamente importanti per alcune specie di anfibi, rettili, uccelli e piccoli mammiferi.

L'erpetofauna
Il contingente dell'erpetofauna comprende gli anfibi (suddivisi in anuri e urodeli) ed i rettili (suddivisi in sauri e ofidi).
Tra gli anuri, di certa presenza presso i fontanili attivi e in generale nei fossi del PLIS, compare la rana verde (Pepophylax lessonae). È un anfibio che vive lungo le rogge, i fossi di campagna, anche presso alcuni dugali in cui sia presente dell'acqua poco mossa o stagnate residua dell'irrigazione, o addirittura presso le pozze che si formano nelle vicinanze dei canali di cemento con l'acqua scappata da chiaviche difettose.
La rana di lataste (Rana latastei), invece, è molto più importante dal punto di vista conservazionistico in quanto endemita dalla pianura padano-veneta, nonché specie inclusa della Direttive Habitat (92/43/CEE), allegato II e IV, considerata specie prioritaria della Regione Lombardia. Depone le uova in zone acquitrinose, corpi idrici stagnanti, fossi con acque ferme. Ambienti con tali caratteristiche, e quindi idonei come habitat per questo importante anfibio, sono presenti nel territorio del PLIS ad esempio presso fontanili di inefficiente attività che si spengono dopo qualche centinaio di metri dalla testa, ma il loro precario equilibrio, soggetto a frequenti mutamenti, non offre garanzie di stabilità e continuità nel tempo.
Nei monitoraggi effettuati, infatti, non è stata al momento registrata la sua presenza. Per quanto riguarda gli urodeli quali il tritone crestato (Triturus carniflex) e il più raro tritone punteggiato (Lissotriton vulgaris meridionalis), valgono le medesime considerazioni della rana di Lataste.
Va segnalato che essi sono però stati rinvenuti nel territorio di Cologno al Serio presso il fontanile Campagna.
Nel contingente dei rettili si registra la presenza di lucertola muraiola (Podarcis muralis), specie alquanto diffusa anche in ambiente antropizzato.
Tra gli ofidi si registra la presenza del biacco (Hierophis viridiflavus), serpente abitualmente terricolo che può raggiungere discrete dimensioni (fino 2m), incontrato al bordo di un campo di mais poco distante dell'asta di fontana Frera, in una siepe a nord di Cascina Madè, e nella campagna Sud-orientale del PLIS.
Nel territorio indagato si verifica, inoltre, la presenza della natrice dal collare (Natrix natrix), incontrata lungo il corso d'acqua di fontana Frera.
Queste ultime tre specie (Podarcis muralis, Hierophis viridiflavus, Natrix natrix) sono inserite nell'Allegato IV della direttiva Habitat (92/43/CEE) ed è per loro prevista una protezione rigorosa.

L'avifauna
Il mosaico ambientale del PLIS è costituito, come si è già detto, per la maggior parte da coltivi, delimitati da ecosistemi semi-naturali come le siepi interpoderali, attraversati da corsi d'acqua minori come rogge e fossi, punteggiate da fontanili, e dalla presenza di serbatoi quali massicce cortine vegetali ed alcune macchie boschive.
In relazione al primo e preponderante ambiente citato, vale a dire i campi coltivati, per quanto concerne l'avifauna si registra la presenza delle comuni specie legate agli ambienti di campagna, solitamente granivore, come la passera d'Italia (Passer domesticus italiae), o la tortora dal collare orientale (Streptopelia daecocto) che, introdotta in Italia negli anni '40, è divenuta diffusissima in quanto priva di predatori e proibita in ambito venatorio; ed ancora lo storno (Sturnus vulgaris), il fagiano (Phasianus colchicus), la starna (Perdix perdix), la pernice rossa (Alectoris rufa), la cornacchia grigia (Cornus corone cornix), la gazza (Pica pica); tra i rapaci diurni si segnala il gheppio (Falco tinnunculus), mentre tra quelli notturni la civetta (Athene noctua) è diffusa in tutto il territorio; legata agli ambienti ruderali la rondine (Hirundo rustica), specie insettivora che costruisce il suo nido di fango sulle travi in legno dei porticati delle cascine.
Tra i frequentatori abituali delle siepi si riscontrano numerosi esemplari di colombaccio (Colomba palumbus), presenzia con buona diffusione anche il merlo (Turdus merula), dall'inconfondibile e melodico canto, meno comune, ma comunque avvistato, il fringuello (Fringilla coelebs), uccello di dimensioni simili alla passera d'Italia ma con colorazioni più appariscenti; il cardellino (Carduelis carduelis), altro piccolo fringillide inconfondibile per le colorazioni bianche, nere e rosse del capo e per le ali nere segnate da una vistosa striscia gialla. Non disdegna anche i giardini, i parchi e le aree antropizzate. Rinvenuti anche il verzellino (Serinus serinus) e il pigliamosche (Muscicapa striata) che sta sempre più diventando antropofilo, frequentando anche i giardini e nidificando in spazi del tutto artificiali.
L'ornitofauna che frequenta spazi a copertura vegetale più considerevole, come la macchie boscate presenti poco più a Nord del PLIS, nel limitrofo territorio di Spirano, oppure il boschetto relitto nei pressi della Cascina Trinità, o i boschi riparali del Conzacolo, è rappresentanta dall'usignolo (Luscinia megarhyncos), specie che frequenta boschi dotati di un consistente strato di foglie al suolo.
Altro silvide ospite degli ambienti boschivi della pianura bergamasca in genere è la capinera (Sylvia atricapilla), passeriforme di piccole dimensioni e forma slanciate e dal colore grigio.
Nel contingente delle specie acquatiche, ovvero uccelli la cui vita è strettamente legata alla presenza di corpi idrici, non sono stati avvistati casi significativi per via della presenza di numerosi reticoli idrografici sprovvisti di fauna ittica. Le specie più comuni avvistabili in caso di ripopolamento ittico, e comunque rinvenute nel territorio di Cologno al Serio nei pressi del fiume sono l'airone cinerino (Ardea cinerea), che talvolta abbandona l'ambito fluviale e si spinge nel contesto agricolo, soprattutto nei prati, o nei fontanili alla ricerca di cibo; la garzetta (Egretta garzetta), aldeide di medie dimensioni intermente bianco e con il becco nero e il germano reale (Anas platyrhynchos), assai comune nei corsi d'acqua.
Di più piccole dimensioni è invece l'usignolo di fiume (Cettia cetti), ospite abituale delle siepi riparali fluviali e dei fontanili; ed il martin pescatore (Alcedo atthis), specie di particolare interesse naturalistico-conservazionistico, incluso nell'allegato I della direttiva Uccelli 79/409/CEE e la ballerina bianca (Motacilla alba), dal caratteristico movimento sussultorio della coda, avvistata in diverse occasioni nei pressi dei corsi d'acqua.
Le siepi riparali dei fontanili, tuttavia, a prescindere dal rappresentare o meno un'attrattiva trofica per l'avifauna,  sono particolarmente adatte ad ospitare numerosissime specie di uccelli svernanti e di passata. Tra le prime si annovera il pettirosso (Erithacus nubecola), noto per la tipica macchia rosso-arancio che interessa tutto il petto, e lo scricciolo (Troglodytes troglodytes), minuscolo passeriforme dal piumaggio bruno rossastro e caratteristico per la breve coda tenuta generalmente eretta, conosciuto dalla gente del posto come "uselì del frecc” (uccellino del freddo) proprio perché la sua permanenza coincide con i mesi invernali e quindi annoverato tra le specie svernanti.
Tra le specie di passata che si appoggiano alle siepi riparali e interpoderali, in cerca di temporaneo rifugio e di cibo, si segnalano il tordo bottaccio (Turdus philomelos), turgide di medie dimensioni uniformemente bruno-oliva di sopra e bianco-crema di sotto e il tordo sassello (Turdus iliacus), distinguibile dal precedente per le dimensioni leggermente inferiori e per il disegno facciale con sopracciglio, mustacchio e gola bianchi o giallastri.
Appartiene alla famiglia dei turgidi di passata anche la cesena (Turdus pilaris), unica rappresentante del suo genere ad avere una doppia colorazione contrapposta (grigia e bruna) sulle parti superiori.
Tra i fringillidi di passata, invece, si avvista la peppola (Fringilla montifringilla). È curioso notare come il nome scientifico della specie, per l'appunto montifringilla, sia stato ripreso dal nome dialettale attribuitole ovvero "franguèl montanèl”.

I mammiferi
I mammiferi rinvenibili nel territorio del Parco sono rappresentati da alcuni roditori come l'arvicola terrestre (Arvicola terrestris), muride di dimensioni piuttosto considerevoli che, a dispetto del suo nome (terrestre) è un'abile nuotatrice essendo dotata sulle zampe posteriori di cinque grossi cuscinetti plantari che le consentono di nuotare anche senza alcuna palmatura. Frequentatrice dei medesimi ambienti è la nutria (Myocastor coypus), grosso roditore in continuo incremento nella regione Lombardia e ritenuta dannosa per l'economia agraria, si nutre di mais, frumento, vegetali in genere, ma anche di uova, insetti e piccoli molluschi. Presente nei prati agricoli è la talpa (Talpa europea), dotata di un olfatto sopraffino è in grado di scavare numerose gallerie entro le quali cerca insetti e molluschi di cui si ciba in grande quantità (addirittura un quantitativo giornaliero pari alla metà del suo peso).
Si registra, inoltre, la presenza del riccio (Erinaceus europaeus), mammifero onnivoro che si nutre di insetti, lumache, rettili, anfibi, nidiacei, uova, e anche  di piccoli mammiferi che caccia nelle ore notturne.
Sono infine presenti in tutto il territorio esemplari di lepre (Lepus europaeus) introdotte per scopi venatori. Nella zona ripariale del fiume Serio sono state rinvenute tracce plantari di volpe (Vulpes vulpes).

(14 marzo 2012)