Precedente Home Su Successiva

Le nazionalità ] I continenti ] Il genere ] L'età ] La località di provenienza ] Le famiglie anagrafiche ] Appendice ] [ Famiglie marocchine immigrate: presentazione ] Famiglie marocchine immigrate: risultati ]

 

 

Famiglie marocchine immigrate: una ricerca empirica sul territorio bergamasco

 

1.1      Presentazione della ricerca

 

1.1.1   Introduzione

Era evidente fin dall'inizio che il lavoro si presentava come tappa di un percorso lungo e gli obiettivi perseguibili solo attraverso la messa in campo di una progettualità vasta che andasse oltre i tempi previsti dalla ricerca.

Alla base dell'intero elaborato vi è l'idea che i problemi dello sviluppo delle relazioni sociali e familiari degli immigrati marocchini in terra bergamasca possano essere affrontati a scala microterritoriale in una logica d’azione integrata tra i vari enti e associazioni locali capace di convogliare, attorno ad obiettivi preposti, tutte le risorse disponibili (interne ed esterne).

Abbiamo già accennato al fatto che lo scenario che si è andato delineando nel nostro Paese in questi ultimi anni non permette di lasciare alle tonalità emotive il compito di definire i rapporti con la componente migrante ma quanto sia necessario, piuttosto, iniziare a produrre una serie di automatismi utili a consolidare le forme della comunicazione e della relazione. Questo senza nulla togliere alle forme solidarietà, ma nella consapevolezza di una loro inadeguatezza in assenza di un agire amministrativo capace di trasmettere consuetudine.

Infatti ritengo che lo/la straniero/a con cui entriamo in relazione non corrisponde affatto a rappresentazioni binarie quali tradizionale/moderno, vecchio/nuovo, arretrato/sviluppato; in queste immancabilmente il primo termine è associato all'immigrato, mentre il secondo all'autoctono.

Sullo sfondo vi è sempre presente una concezione relazionale della conduzione dell'indagine, con il conseguente riconoscimento delle famiglie straniere quali soggetti e non oggetti da esaminare in "modo obiettivo", considerando magari disturbi le reticenze, le resistenze, la vaghezza di alcune narrazioni, invece di considerarli comportamenti legittimi e rivelatori di una sorta di "accanimento investigativo" da parte dell’intervistatore.

L'indagine sulla realtà dell'immigrazione nella città di Bergamo ha richiesto una ricognizione preliminare delle strutture offerte dal territorio e una ricerca sul modo in cui le famiglie marocchine partecipano al circuito di relazioni che compongono la vita quotidiana della comunità locale.

Il confronto con gli enti e le istituzioni che operano, a Bergamo, nel campo dell'immigrazione è stata una preziosa occasione per conoscere "di prima mano" i caratteri territoriali dell'integrazione tra culture. In primo luogo si è resa indispensabile l'individuazione - almeno generale - degli interlocutori presso cui attingere le conoscenze necessarie alla comprensione del mondo multiforme e problematico, oggetto del nostro studio: si è trattato, in sostanza, di costituire una sorta di elenco delle associazioni di e per immigrati, di individuare gli uffici competenti per le pratiche burocratiche riguardanti l'immigrazione, di contattare i responsabili per ricevere le informazioni indispensabili per condurre il lavoro.

Ho, dunque, effettuato delle interviste in profondità alle 10 famiglie-campione immigrate nella bergamasca fissando come luogo di incontro la loro abitazione oppure, ove non è stato possibile, ho avuto l’appoggio di una famiglia marocchina già conosciuta nella mia esperienza scolastica, che metteva a disposizione la propria casa e il proprio tempo libero.

Le interviste sono state condotte seguendo una griglia tracciata in via preliminare rispetto agli stessi incontri, ma in modo non rigido, piegando di volta in volta lo schema alle effettive esigenze della conversazione, assecondandone le digressioni, i richiami di argomento, le esposizioni di temi anche non strettamente pertinenti all'obiettivo della ricerca.

Le domande formulate quanto più semplicemente possibile anche in considerazione delle molteplici difficoltàlinguistiche, si sono concentrate sui percorsi migratori (nel e dal paese di provenienza, e Italia) e sulle connesse problematiche abitative; di condizione statutaria, lavorativa e personale di migranti e immigrati, delle loro famiglie e comunità; di rapporto con i singoli contesti locali e istituzionali, sociali e culturali; e sulle situazioni di maggiore fragilità come sull'emergere di vecchie e nuove solidarietà.

Di fatto, le domande sono state sottoposte lasciando piuttosto libero l'intervistato di anticipare alcuni temi o di richiamarne altri già esposti; si è preferito far scaturire l'espressione degli argomenti dalla sequenza naturale della conversazione piuttosto che obbligare alla rigida alternanza dei turni di domanda e risposta. Talvolta la direzione della conversazione è stata garantita attraverso il monitoraggio del canale non verbale della comunicazione, confermando come, ad esempio, il silenzio di un ascoltatore attento e interessato sia più proficuo di un succedersi serrato di interrogativi specifici per massimizzare gli esiti dell'interazione.

I testi delle interviste sono stati trascritti e analizzati dal punto di vista qualitativo, riscontrando come, di fatto, fossero molto più densi di contenuti del previsto. Inoltre, le interviste sono state sottoposte ad analisi di contenuto verbale e non attraverso la rielaborazione secondo cinque punti predefiniti e l’utilizzo dello strumento del FLS tesi a corroborare le precedenti elaborazioni concettuali sulla realtà indagata.

Le conversazioni con i protagonisti hanno permesso, tra l'altro, di tracciare un quadro vivo, meno formale, sicuramente interessante delle problematiche della famiglia immigrata sul territorio. Oltre a tenere conto del significato più strettamente informativo, non va sottovalutato che il sapere quotidiano, fatto di prime impressioni, aspettative, attribuzioni, giudizi di valore, ha, in verità, arricchito il bagaglio "ufficiale" di conoscenze sui rapporti di convivenza tra famiglie immigrate e struttura sociale, fornendo suggestioni e, spunti di approfondimento utili e, talvolta, perfino inaspettati.

Spesso la diffidenza malcelata nei confronti di chi pare interessarsi alla loro realtà ha reso alle volte parecchio difficile chiedere di intervistare una famiglia marocchina senza qualcuno che garantisse delle buone intenzioni e delle effettive ragioni della ricerca. E’ parso strano, ad alcuni, che l'Università si preoccupi di nuclei familiari solitamente tenuti al margine della società; è sembrato, ad alcuni, che il fine fosse una vaga curiosità intellettuale, se non interessi specifici dissimulati sotto il marchio della asserita scientificità. Ad altri è sembrato che gli sforzi manchino di concretezza, che non possano approdare a niente perché, in fondo, non c'è nulla che l'Università possa fare per loro. C'è stato, pertanto, qualcuno non ha voluto affatto farsi intervistare.

Ciò che è emerso da questi incontri ha superato certamente le prime aspettative formulate al proposito: il materiale raccolto, infatti, non è soltanto informativo in senso stretto, ma offre interessanti spunti di riflessione e propone nuove prospettive di esplorazione per la comprensione della complessa realtà sociale.

 

1.1.2   Metodologia

“Per avvicinarci al mondo familiare e penetrarlo, occorre cogliere l’occasione di un evento”.[1]

 

La rilevazione è stata condotta mediante colloquio. Le domande, formulate nel modo più semplice possibile, anche in considerazione delle difficoltà linguistiche, si sono concentrate sui percorsi migratori (nel e dal paese di provenienza, e Italia) e sulle connesse problematiche abitative; sulla condizione statutaria, lavorativa e personale dei componenti delle famiglie, sul rapporto con i singoli contesti locali e istituzionali, sociali e culturali e sulle situazioni di maggiore fragilità, come sull'emergere di vecchie e nuove solidarietà.

In primo luogo, si possono segnalare le potenzialità delle indagini di tipo qualitativo, cui tende effettivamente la preferenza di molti ricercatori[2]. Si tratta di un approccio che, una volta riconosciuti

gli evidenti limiti dal punto di vista della generalizzabilità dei risultati, meglio si presta a fare luce sul complesso di aspettative, strategie e vissuti che accompagnano l'esperienza migratoria, e sulle varie dimensioni dell'integrazione nella società ospitante.

Una caratteristica emergente dalla mia ricerca è l’intenzione di andare oltre, come già accennavo in apertura, la mera descrizione della realtà osservata, suggerendo piste interpretative, che si fondano, quasi sempre, sull'assunto della natura relazionale del fenomeno migratorio.

Come sempre accade riguardo a fenomeni relativamente nuovi, la situazione degli studi è assai magmatica e sono lungi dal disporre di un quadro teorico-interpretativo sufficientemente assestato.

Si rischia dunque di far “prevalere la conoscenza di un’immigrazione di carta che, solo di rado, rispecchia con adeguata approssimazione l'immigrazione di carne che abita le nostre città”[3].

Sulla base di tale scelta metodologica, la ricerca è stata così articolata:

1.      Definizione del problema:

-  conoscenza del fenomeno della migrazione;

-  studio e delimitazione dell'area di intervento complessiva: immigra-

zione e famiglia, con particolare riguardo al territorio di Bergamo.

2.      Definizione degli obiettivi:

-  si vuole evidenziare che l'immigrazione costituisce un problema sociale che interessa non soltanto la dimensione socioculturale, ma anche elementi psicologici non detti.

-  s’ipotizza che la piena integrazione della famiglia immigrata entro un determinato tessuto sociale, sia data solamente se si costituisce un reticolo sociale completo e una qualità psicofisica nella vita del migrante.

3.      Indagine:

-  individuazione dell'oggetto della ricerca;

-  incontri con 10 famiglie marocchine effettuati in provincia di Bergamo;

-  utilizzo degli strumenti quali: le interviste semistrutturate congiunte al “Family Life Space”[4];

Lo straniero deve crearsi un insieme di relazioni che intersecano sia le linee del privato che quelle del pubblico (servizi).

L’indagine empirica è stata condotta a Bergamo; l'approccio metodologico utilizzato è stato di tipo qualitativo con taglio socio-psicologico mentre gli strumenti usati sono stati l’intervista semi-strutturata e il disegno di spazio di vita familiare.

Le famiglie intervistate presentavano caratteristiche diverse per età, livello di istruzione, estrazione socioeconomica, condizione lavorativa, sia precedente la partenza che attuale, e soprattutto per il contesto abitativo in cui vivevano.

Ho iniziato il mio lavoro valutando le strategie di inserimento nella società d'accoglienza e gli orientamenti all'agire delle famiglie immigrate marocchine, tenendo conto del “chi erano” prima di emigrare; inoltre, ho voluto analizzare il ruolo svolto dalla "comunità" di accoglienza relativamente a tali strategie.

Un’ulteriore conoscenza dei casi è stata raggiunta attraverso i test-disegno: essi si sono rivelati validi strumenti, che hanno reso comprensibili aspetti ambigui o non emersi nel corso dei colloqui. In alcuni casi, essi hanno confermato in modo più netto quanto era già stato verbalizzato, mentre in altri casi hanno evidenziato problematiche che probabilmente non sono mai state affrontate dai soggetti a livello cosciente. Il disegno è, infatti, un modo di espressione che si è rivelato particolarmente indicato per superare barriere culturali e linguistiche e anche inibizioni emotive.

Nel complesso, alcuni elementi si sono rivelati comuni nelle diverse rappresentazioni effettuate dei soggetti intervistati.

Tale strumento, denominato Disegno Simbolico dello Spazio di Vita Familiare, è stato ideato da Danuta Mostwin alla fine degli anni ’70 ed è stato principalmente utilizzato per interventi terapeutici rivolti alle famiglie.

Il suo retroscena storico-culturale rimanda a diversi paradigmi teorico-metodologici: dalla Prospettiva Ecologica alla Teoria di Campo di Kurt Lewin, dalla Teoria Generale dei Sistemi all’Interazionismo Simbolico.

La prospettiva ecologica considera l’interconnessione esistente tra le varie parti di un tutto, evidenziando la continua interazione tra organismi viventi ed ambiente circostante.

Mostwin paragona il funzionamento della famiglia a tale paradigma mettendo in rilievo però l’importanza dell’ambiente percepito rispetto a quello oggettivo, che influenza notevolmente il comportamento dei soggetti.

Lo spazio di vita familiare è per l’autrice ricco di significati, in cui gli attori e l’ambiente interagiscono e creano un supporto o un ostacolo per il buon funzionamento psicofisico della persona.

Anche Lewin, utilizzando la topologia e le relazioni spaziali, spiega il comportamento umano. Per Lewin, il comportamento umano è visto in funzione del suo spazio di vita e ogni mutamento influirà sulla configurazione del proprio campo vitale. In quest’ottica, Mostwin riprende tali concetti trasferendoli dal soggetto singolo al sistema famiglia.

La Teoria generale dei sistemi vede, invece, ogni soggetto come sistema a sé stante che si pone in relazione ad altri soggetti.

Il suo autore più riguardevole, Bertalanffy, sostiene che ogni individuo riesce a comprendere il problema della vita attraverso la comprensione della sua organizzazione e non dai componenti considerati separatamente.

Per Mostwin il sistema sociale famiglia è un’organizzazione complessa, e le varie parti che la compongono sono in biunivoca interazione simbolica.

Le componenti specifiche del Family Life Space sono chiaramente definite nella relazione (Lewin), nell’interazione (Bertalanffy) e soprattutto nel simbolico. Quest’ultimo richiama alla teoria dell’Interazionismo simbolico di G.H.Mead.

L’essere famiglia nasce dall’interazione dei soggetti che hanno in comune un patrimonio simbolico che li tiene legati e li colloca in un sistema di relazioni e un sistema di appartenenza.

In questa situazione teorica, il FLS ha una natura oltre che simbolica anche proiettiva perché evidenzia questa compartecipazione simbolica familiare e comunica implicitamente, attraverso questi simboli, dei messaggi, dei legami e dei pensieri del ”luogo familiare” che fanno parte del loro habitat interiore.

Il FLS di Mostwin è stato oggetto di revisione da parte di alcuni ricercatori del Centro Studi e Ricerche sulla Famiglia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, ed utilizzato per varie ricerche sulla famiglia, tra le quali anche le famiglie immigrate.[5]

L’obiettivo di partenza è di rendere visibile la natura relazionale della famiglia e di cogliere il proprio globale funzionamento.

Lo strumento, utilizzato per questa ricerca, per la sua intrinseca natura, ha permesso al ricercatore di non entrare in interazione obbligatoriamente con la famiglia, ma di creare una relazione tale da poter partecipare al simbolico messo in campo dagli stessi intervistati. Attraverso il simbolico, i componenti della famiglia intervistata pongono in essere uno scambio con il relatore, ma ben più d’interesse è la possibilità d’interazione tra loro, che riguarda qualcosa di specifico che vincola e lega tra loro gli uomini e le generazioni.

Il fare assieme ci porta “a riconoscere la matrice di questo fare vale a dire ciò che fa da madre allo scambio”.[6]

Cigoli afferma inoltre:” se l’interazione è il luogo della differenza che può essere costruttiva o distruttiva e la reciprocità è segno di una trama simbolica e di bisogni che accomunano la specie umana, la relazione è ciò che si è organizzato e strutturato. Ovvio che nei rapporti tra le generazioni e tra i membri familiari in generale, la relazione, vale a dire ciò che si è sedimentato in quanto a norme, valori, ideali, riti e modelli di comportamento, precede l’interazione essendone il suo contesto.”[7]

Il sistema che ho utilizzato, lo strumento denominato FLS, è stato considerato adatto al tipo di ricerca che ho eseguito grazie alla facilità di applicazione e alla semplicità di esecuzione, caratteristiche fondamentali per i soggetti che non sempre hanno facile comprensione del nostro linguaggio e delle tecniche utilizzate dai ricercatori.

Nelle mie interviste, di solito, mi sono trovata di fronte solo alla coppia immigrata, perché i figli erano in giovane età; talune occasioni sono state più ricche di protagonisti che hanno potuto arricchire la scena in esame.

Alla famiglia viene presentato un foglio bianco orientato verticalmente della dimensione di 50x70 cm al cui interno è disegnato un cerchio del diametro di 28 cm di colore nero.

Il ricercatore spiega il significato del cerchio, associato alla famiglia, mentre lo spazio esterno è associato all’ambiente che la circonda.

I partecipanti sono invitati a disegnare ciò che sentono parte della propria famiglia all’interno del cerchio, mentre ciò che fa parte dell’ambiente circostante (parenti, amici, gruppi organizzati, eventi significativi) all’esterno del cerchio, utilizzando sempre come simbolo un punto o un cerchio. Infine l’invito è di segnare la qualità dei rapporti e delle relazioni che ognuno di loro ha con i soggetti rappresentati. Si delineano così le dicotomie associate al confine e al cerchio: esterno/interno, dentro/fuori, bene/male, ora/allora, qui/là.

Il disegno così delineato e la configurazione finale associata alle osservazioni degli atteggiamenti e dei commenti durante l’esecuzione hanno costituito materiale utile alla mia indagine.

Ad ogni famiglia intervistata è stato inoltre somministrato un duplice FLS: l’uno relativo al presente, l’altro attinente al passato, precedente all’evento immigrazione che ha consentito alla famiglia di ricordare e rivivere i momenti della sua esperienza in Marocco, e di esprimere desideri o aspettative

Che riconducono ai tre paradigmi temporali (presente, passato, futuro).

Attraverso un confronto tra le due configurazioni è stato possibile osservare “uno spazio trasformativo (oppure la sua assenza), sia di svelare ciò che nella prima applicazione è stato tenuto sotto controllo affettivo-cognitivo”.[8]

Il confronto tra qui/ora e là/allora ha permesso di evidenziare ulteriormente il grado di integrazione di queste famiglie nel nostro territorio e nella nostra epoca generazionale (tutte le coppie erano composte da soggetti di prima generazione); inoltre attraverso questi elaborati si è potuto con più chiarezza rilevare quantitativamente e qualitativamente i legami intrafamiliari ed extrafamiliari, oltre che intergenerazionali ed il grado di coesione e di distinzione all’interno dei componenti della famiglia ed il rapporto con l’esterno, cioè i servizi, le relazioni sociali con gli autoctoni ed i connazionali con la società in generale. Si è poi valutata la trasformazione temporale della famiglia e la tensione relazionale prima e dopo l’emigrazione.

L’interpretazione del FLS è stata condotta utilizzando un livello grafico simbolico ed un livello comunicativo (verbale e non), attraverso una griglia di lettura presentata ed esplicata nel testo: “Family Life Space” di Gozzoli e Tamanza.

E’ da evidenziare che il FLS nelle ricerche finora condotte “è stato utilizzato secondo una logica clinica ed all’interno di una metodologia di ricerca qualitativa, basata prevalentemente su procedure inferenziali di carattere fenomenologico-interpretativo”.[9] 

In conclusione, per attuare una politica integrativa delle famiglie neoimmigrate è sicuramente necessario, a mio parere, realizzare una serie d’interventi ispirati ai seguenti sotto-obiettivi del punto b:

1.                      creare le condizioni nei servizi, nei luoghi di vita, nelle istituzioni, negli    operatori dei servizi perché si rendano possibili la reale fruibilità dei servizi per tutti, l’inserimento sociale e la realizzazione di pari opportunità;

2.                      fornire supporti, tutela e orientamento tramite servizi pubblici e volontariato a famiglie più vulnerabili e in condizione di disagio.

3.                      promuovere l’incontro, il confronto e lo scambio fra culture sulla base di un approccio interculturale che metta al centro la conoscenza, la reciprocità, la valorizzazione dei diversi apporti. Tali concetti richiamano le espressioni di "contatto tra culture" e di "schismoegenesi" di Bateson che hanno interessato il suo pensiero lungo l'arco di tutta la sua ricerca, in una continua rielaborazione[10].

Bateson definisce la schismogenesi come un "processo di differenziazione nelle norme di comportamento individuale risultante, da interazione cumulativa tra individui"; e ancora: "processo interattivo fondato su reazioni a reazioni"[11].

In generale, mi sembra ipotizzabile che “i processi schismogenetici si stiano sviluppando in direzione di un'ulteriore differenziazione tra due forme del rapporto italiani-maghrebini, cui corrispondono due ampie tipologie d’immigrati: una più numerosa, per la quale gli stereotipi e le rigidità di comportamento sono in aumento, un'altra per la quale sono in diminuzione”.[12]

Guardare alle relazioni sociali attraverso la prospettiva interazionista di Bateson, mi è sembrato un modo efficace per provare ad affrontare la scottante tematica dell'immigrazione straniera in termini diversi da quelli più consueti, che tendono ad interpretare le forme delle interazioni interculturali come meri effetti di "precedenti" determinanti culturali, trascurando il carattere emergente, processuale e trasformativo di quelle stesse forme, in una logica di separazione dello strutturale (cultura) dal contingente (interazioni).

Per rendere possibile tale prospettiva, occorre utilizzare una metodologia di lavoro basata sulla collaborazione e il lavoro di rete tra enti, servizi, istituzioni e volontariato. I servizi sia pubblici, che quelli appartenenti al privato sociale, sono una buona base di partenza per l'inserimento dell'immigrato all'interno del tessuto sociale del paese ospitante, perché rappresentano non solo il primo contatto con una realtà nuova ed estranea, ma divengono anche le prime reti che egli crea.

La presente ricerca ha, infatti, lo scopo di verificare l'esistenza di una ipotetica integrazione nel tessuto sociale locale presupponendo la presenza nella vita quotidiana dell'immigrato, oltre che di interrelazioni di tipo affettivo, amicale e culturale, anche di una rete di servizi, sia pubblici che di privato sociale, che agiscano in favore del suo inserimento all'interno della nuova realtà sociale.

E’ necessario, inoltre, una forte partecipazione e coinvolgimento nelle azioni e nella programmazione da parte delle famiglie e dei genitori immigrati attraverso équipe di lavoro, nonché valorizzare le esperienze professionali degli operatori e la diffusione dei progetti trasferibili altrove.

Per poter integrare le azioni e le risposte concrete ai momenti di riflessione, a partire dall’esperienza e dalle domande è necessario affrontare la complessità dei bisogni sociali, culturali, educativi, in continua trasformazione emersi dalle mie ricerche, facendo attenzione all’ascolto e alla relazione per riuscire a cogliere, oltre ai bisogni e alle domande espliciti, anche le richieste e i bisogni non detti.

 


[1] CIGOLI V., Il corpo familiare ,  Franco Angeli, Milano, 1992, p.20.

[2] Cfr. ZANFRINI L., Donna, famiglia e società nei paesi del Maghreb,  ISMU, Milano, 1993.

[3] Ibidem.

[4] Cfr.  GOZZOLI C. , TAMANZA G., Family Life Space. L’analisi metrica del disegno,  Franco Angeli, Milano, 1998.

[5] Ibidem

[6] CIGOLI V., Intrecci familiari, Raffaello Cortina, Milano 1997.

[7] CIGOLI V., Il corpo familiare, p.19.,…op. cit.

 

[8] Ibidem.

[9] TAMANZA G., L’analisi metrica del Family Life Space, in Gozzoli C., Tamanza G., Family Life Space, p.41,…op.cit.

[10] Cfr. BATESON G., Steps to an ecology of mind, Chandler Publishing Company, New York 1972, trad.it., Verso un’ecologia della mente, Adelphi, Milano, 1976.

[11] Ibidem

[12] Ibidem