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L’inserimento degli immigrati nel mercato del lavoro e problemi di competizione / complementarità nell’area bergamasca

 

LE CARATTERISTICHE DELLA DOMANDA DI LAVORO BERGAMASCA NEGLI ANNI NOVANTA

 

La struttura occupazionale bergamasca è quella tipica di una provincia a forte vocazione industriale ove si ha un sistema produttivo basato su un solido e competitivo comparto manifatturiero, non eccessivamente specializzato da un punto di vista merceologico e basato su un tessuto di piccole imprese. Il punto di forza di questo reticolo di piccole imprese sono i rapporti di fornitura e sub-fornitura con le imprese medie e grandi, mentre il punto di debolezza è la prevalenza degli obiettivi di breve periodo (reddito) su quelli di lungo periodo (investimenti in capitale umano).

Se diamo un rapido sguardo ai settori bergamaschi di maggiore occupazione si nota che, nel 1998, il 51% degli occupati sono addetti all’industria contro il 41% della media regionale (vedi tabella 3). Per quanto in entrambi i livelli territoriali sia evidente un movimento di ricomposizione della struttura occupazionale con il ridimensionamento del peso del comparto manifatturiero a favore di un’espansione del terziario, a livello provinciale il processo mostra almeno due aspetti significativi.

In primo luogo il ridimensionamento del peso occupazionale dell’industria è un processo lento; infatti la quota di occupati dell’industria (sul totale degli occupati) cala a Bergamo, in 5 anni (dal 1993 al 1998), di 1,7 punti percentuali mentre in Lombardia la diminuzione raggiunge i 2,6 punti percentuali. Per contro, se il flusso di nuovi addetti ai servizi cresce – nella media regionale – di poco più di 3 punti, il comparto terziario bergamasco mostra una crescita di solo 2 punti percentuali (dal 45% al 47%).

In secondo luogo, se a livello regionale (ma anche nazionale) l’occupazione cresce lievemente è perché i servizi registrano una dinamica positiva (+7,1% in Lombardia e +2,6% in Italia) che compensa la perdita di occupati dell’industria (-4,8% in Lombardia e

-3,8% nella media nazionale).

Invece, nel caso bergamasco il notevole sviluppo occupazionale dei servizi (+8%) non ha come contraltare alcuna perdita di addetti nell’industria poiché nel periodo ‘93-’98 si registra una perdita consistente degli occupati industriali solo nell’anno 1995, probabilmente in concomitanza con il ristagno del settore delle costruzioni nel quale Bergamo vanta tra le più alte concentrazioni nazionali di addetti.

L’espansione della base occupazionale bergamasca si gioca quindi sul solido comparto manifatturiero in grado sia di assorbire costantemente nuovi occupati, che di contribuire in parte alla crescita della domanda di lavoro nel terziario di indotto.

Le previsioni elaborate dalla ricerca Excelsior - promossa dalla Camera di Commercio Industria Artigianato e Agricoltura di Bergamo e condotta tra maggio e giugno ’99 - relativa alla domanda di lavoro nel biennio 1999-2000 ribadiscono questo fatto: il 60,2% delle 19.607 assunzioni previste sono espresse dal comparto industriale – contro una media regionale del 47% - e l’insieme delle richieste provenienti dal settore dei servizi per le imprese rappresenta il 25% della domanda nel terziario.

 

 

 

 

Tab. 3  Occupati per settore negli anni novanta

Settori

1993*

1998

Bergamo

Lombardia

Bergamo

Lombardia

V.A.

%

V.A.

%

V.A

%

V.A

%

Agricoltura

9

2,3

120

3,2

5

2,0

103

2,7

Industria:

-di cui costruzioni

205

49

52,7

12,6

1.631

258

44,0

7,0

205

51

51,0

12,7

1.552

260

41,4

6,9

Altre attività:

-di cui commercio

175

57

45,0

14,7

1.958

599

52,8

16,1

189

58

47,0

14,4

2.907

599

55,9

16,0

Totale

389

100,0

3.709

100.0

402

100,0

3.752

100,0

* sono inclusi i comuni dell’area del lecchese

Fonte: elaborazione Irs su dati Servizio Statistica Regione Lombardia

 

Infine, si può evidenziare anche un terzo aspetto caratteristico dell’evoluzione della struttura occupazionale bergamasca che riguarda l’andamento del lavoro non subordinato. Nel periodo tra il 1993 ed il 1998, il peso del lavoro indipendente passa dal 27,8% al 24,1%, un dato inferiore a quello medio regionale (25,6%), mentre nel 1993 Bergamo supera la media lombarda di 2,76 punti percentuali.

Dunque, se in Lombardia il lavoro autonomo è in crescita, a Bergamo invece sta ridimensionando il suo ruolo. Si tratta probabilmente di un processo legato al rafforzamento della struttura produttiva che vede aumentata la dimensione media di impresa.

La forte concentrazione di occupati nell’industria, la sostanziale stabilità dei livelli occupazionali e la capacità del sistema locale di contenere la disoccupazione si accompagnano ad elementi critici, rilevati durante gli anni novanta, legati alle caratteristiche socio- anagrafiche degli occupati.

 

 

 La piena occupazione nella Bergamasca: un’analisi critica

 

Il dato di maggiore impatto è sicuramente la bassa incidenza delle persone occupate con un titolo di studio oltre l’obbligo. In provincia di Bergamo gli occupati con un titolo di studio di scuola media superiore rappresentano il 31,7% degli occupati totali, 7 punti percentuali in meno del valore medio regionale (38,6%) e cinque in meno di quello nazionale (36,7%). Analoghe considerazioni valgono per la percentuale di persone in possesso di un titolo di studio universitario in quanto il dato bergamasco (10,5%) è minore di quello lombardo (12,9%) e di quello nazionale (12,3%), anche se in questo caso le distanze si accorciano. Anche considerando i cambiamenti intervenuti nella composizione degli occupati per titolo di studio negli ultimi 5 anni (periodo ‘93-’98), per quanto il peso delle persone in possesso della licenza di scuola media superiore sia ovunque in aumento, in provincia di Bergamo il peso ancora relativamente contenuto mostra come la buona crescita di diplomati e qualificati non permette ancora di colmare il gap pregresso. Parallelamente la diminuzione di occupati in possesso del solo titolo dell’obbligo è molto meno importante che altrove.

In accordo con tale dinamica, la domanda prevista per il prossimo biennio mostra che il maggior interesse delle imprese bergamasche per figure con un basso profilo formativo rimane un aspetto distintivo del mercato del lavoro provinciale: la richiesta di persone in possesso del titolo di studio dell’obbligo rappresenta il 42,3% della domanda totale e, seppur in calo dalla rilevazione precedente, è molto superiore sia al dato lombardo (37,4%) che a quello del Nord - Ovest (38,3%). Tali dati quantitativi sulla domanda di lavoro prevista per il prossimo biennio evidenziano come le imprese bergamasche, pur richiedendo in media personale con un basso titolo di studio (come già evidenziato), esprimono anche una necessità di formazione aggiuntiva per il 44,1% delle figure che verranno inserite. Questo significa che la permanenza di una bassa scolarità delle risorse umane nella bergamasca si sta configurando soprattutto come scarsità di figure professionali strategiche caratterizzate per abilità e competenze non acquisibili attraverso un processo di apprendimento codificato. Ciò si traduce in una strategia di reclutamento, gestione e formazione del personale sul lavoro, basata soprattutto sul rapporto fiduciario tra lavoratore e datore di lavoro.

Il bisogno di formazione sembra coinvolgere in particolare i candidati in possesso di una qualifica professionale, in quanto gli imprenditori bergamaschi richiederanno, nel prossimo biennio, soprattutto operai specializzati, operatori e conduttori di impianti che, assieme al personale non qualificato, rappresenteranno il 45,5% della domanda complessiva di figure professionali future.

Il fabbisogno di figure di basso profilo è prevalente e, tuttavia, il sistema imprenditoriale bergamasco denuncia una difficoltà di reperimento pari al 40,5% della domanda, un valore ben più critico del 34,5% lombardo e del 33,5% del Nord – Ovest. I motivi delle difficoltà di reperimento sono essenzialmente due: la mancanza di qualificazione necessaria (35,4%) e la ridotta presenza della figura lavorativa richiesta (29%). La difficoltà di reperire le figure ricercate è particolarmente importante per l’industria (46,4%) e per le imprese (42,6%) e riguarda i profili appartenenti al gruppo degli operai specializzati (il 59,5% è difficile da reperire con punte record dell’88%, per muratori, fonditori, saldatori). Probabilmente l’offerta di lavoro femminile non è considerata adeguata per questa figure.

In questo quadro si colloca il crescente ricorso a manodopera proveniente dai paesi extracomunitari (di cui si parlerà più dettagliatamente nel prossimo paragrafo).

Il peso degli avviamenti al lavoro di extracomunitari passa dal 5,6% del 1995 al 7,6% del 1998 e tale quota sale, nei primi nove mesi del 1999, al 10,3% (sono però in crescita anche le loro iscrizioni al collocamento).

Anche la domanda di lavoro prevista per il biennio 1999–2000, nell’ambito del progetto Excelsior Unioncamere promosso dalla Camera di Commercio di Bergamo, sembra confermare tali andamenti poiché si rivolge per il 21,8% a lavoratori extracomunitari, in particolare, un quarto di quella dell’industria e quasi il 17% di quella dei servizi.

In entrambi i settori però, la manodopera straniera è richiesta per ricoprire quei ruoli lavorativi meno richiesti dai bergamaschi.

Inoltre, in base ai dati del collocamento degli ultimi due anni, più del 95% degli avviamenti di cittadini extracomunitari riguardano figure operaie.

Rispetto al 1998, il 1999 evidenzia una decisa crescita della domanda di manodopera extracomunitaria anche da parte del settore dei servizi (47,7% degli avviamenti nell’industria e 46% nei servizi).

La debole presenza di occupati con un titolo di studio intermedio non dipende tanto da fattori demografici (Bergamo è ancora una provincia “giovane“ rispetto alle province lombarde) quanto da caratteristiche distintive del sistema economico locale che non incentiva investimenti in capitale umano di medio periodo.

Questo può essere rilevato anche dall’analisi della ripartizione degli occupati per classi d’età. Gli occupati di età compresa trai 15 e i 24 anni rappresentano il 15,2% dell’occupazione totale, contro il più modesto 11,9% lombardo; soprattutto gli occupati tra i 15 e i 29 anni pesano a Bergamo il doppio che in Lombardia (4,7% contro il 2,5%) e mostrano una crescita nel periodo ‘93-‘98 mentre a livello regionale calano.

Considerando gli occupati fino a 29 anni la quota sale a 3,4%, mentre per la Lombardia si assesta al 27,1%; sostanzialmente equivalente è il peso delle classi di età centrali (55,3% contro 55,7%) mentre gli occupati più anziani (over 50) hanno un peso meno importante sia per la realtà occupazionale provinciale che per quella regionale (13,3% contro 17,2%). La preferenza del sistema produttivo bergamasco per i dipendenti giovani emerge anche in un ottica previsionale: il 37,1% delle assunzioni previste per il prossimo biennio riguardano le persone sotto i 25 anni, mentre la quota è più modesta sia in Lombardia (33,3%), sia nel resto del Nord – Ovest (33,4%).

Un altro elemento di contraddittorietà della domanda di lavoro espressa dal sistema imprenditoriale bergamasco è legato alla crescita del ricorso a forme di lavoro atipico che minano il rapporto fiduciario (più o meno tacito) tra datore di lavoro e lavoratori poiché la fiducia è una variabile instabile laddove cresce la temporaneità delle relazioni di lavoro. L’indicatore che si presta a misurare meglio la propensione delle imprese ad utilizzare alcune forme contrattuali atipiche è il tasso di flessibilizzazione, ossia la quota di avviamenti con contratti atipici quali il part-time e a tempi determinati sul totale degli avviamenti.

Il tasso di flessibilizzazione degli avviamenti al lavoro dipendente cresce, dal 1996 al 1998, di 21 punti percentuali e i dati degli avviamenti dei primi nove mesi del 1999 mostrano un’ulteriore crescita dell’indicatore che si assesta al 57,4% del totale degli avviamenti. Sul versante del lavoro atipico parasubordinato, per ora, i collaboratori soggetti al contributo INPS del 12% rappresentano una quota molto esigua (1,6%) del fenomeno che si va configurando a livello regionale, soprattutto se confrontato con il peso dell’occupazione bergamasca rispetto a quella lombarda (10,7%).

Non bisogna dimenticare che le collaborazioni coordinate e continuative e le prestazioni professionali sono una forma di flessibilità maggiormente utilizzata dal terziario che non dall’industria. Per cogliere la crescente flessibilità dei rapporti di lavoro in Provincia di Bergamo è più opportuno considerare quelle forme contrattuali che si adattano meglio alle esigenze del rapporto industriale. La distribuzione per provincia dei contratti di fornitura di lavoro temporaneo stipulati in Lombardia dal 1998 evidenzia, a parte il ruolo preminente della provincia di Milano, che Bergamo si posiziona tra le province che maggiormente utilizzano questo nuovo strumento (7,4% nel 1998 e 6,8% nel primo semestre 1999). Inoltre, a Bergamo, nel primo semestre del 1999, il 91,9% dei contratti di fornitura di lavoro temporaneo interessano l’industria.

In conclusione si può affermare che i punti di forza di un mercato del lavoro, che in tutto il corso degli anni ’90 registra tassi di disoccupazione molto inferiori a quelli regionali, possono rivelarsi come le basi di un equilibrio precario.

Il buon quadro occupazionale delle province appare sempre più vincolato dalla scarsa partecipazione femminile e dalla capacità di assorbimento di persone con limitati percorsi scolastici. Le criticità emergenti dal mercato del lavoro bergamasco riguardano oggi alcuni cambiamenti nelle caratteristiche dell’offerta di lavoro che, pur evidenziando la persistenza di modelli di presenza sul mercato del lavoro di tipo tradizionale, cresce in istruzione (e aspettative) e registra l’attivazione di quote crescenti di donne. Il sistema produttivo locale evidenzia una scarsa capacità di assorbimento di questi nuovi segmenti dell’offerta di lavoro, non incoraggia a sufficienza la partecipazione femminile e maggiori investimenti in capitale umano anche se sta emergendo una crescente necessità di formazione aggiuntiva da parte delle imprese bergamasche.3

                    

 

 

 

L’INSERIMENTO DEGLI EXTRACOMUNITARI NEL MERCATO DEL LAVORO LOMBARDO

 

 

Un ambito fondamentale per comprendere il fenomeno migratorio è quello del mercato del lavoro e, a tale proposito, bisogna subito ricordare come l’immigrazione in Italia non è stata né programmata, né prevista, né esplicitamente sollecitata dal sistema economico.

Il nostro modello d’immigrazione, o almeno dell’esperienza delle regioni economicamente più avanzate, è molto lontano da quello tedesco mentre assomiglia molto di più a quello dell’America del Nord ossia è il caso di un‘immigrazione essenzialmente spontanea, poco inquadrata dalla grande industria e dai poteri politici, poco o per nulla tutelata dalle politiche sociali, ma che trova sovente un posto in alcuni segmenti del mercato del lavoro, grazie soprattutto alle reti informative e di solidarietà tra connazionali.

Al fine di cogliere immediatamente l’inserimento degli immigrati nel mercato del lavoro bergamasco si può fare riferimento ai dati dell’INPS relativi al numero medio di lavoratori extracomunitari denunciati come dipendenti, presso aziende lombarde: nel 1998 il loro numero complessivo si aggira attorno alle 45.240 unità (esclusi gli operai dell’agricoltura). A questi valori andrebbero sommati i lavoratori domestici; l’ultima rilevazione disponibile dell’INPS datata dicembre ’97, rivela l’impiego regolare di circa 26.015 extracomunitari nel settore domestico.

In agricoltura il dato più aggiornato di cui si dispone è quello degli avviamenti al lavoro (degli extracomunitari) che, nell’anno ’98, sono 2.541 unità in Lombardia.

E’ interessante notare il primato assoluto della Lombardia in relazione al numero di extracomunitari denunciati all’INPS. In termini relativi, rispetto alle denuncie delle altre regioni, i 45.240 extracomunitari dipendenti in Lombardia (al 31/12/’98) costituiscono circa il 26,4% del totale dei denunciati dalle aziende italiane seguiti, al secondo posto, dal 19,3% di extracomunitari denunciati come dipendenti in Veneto mentre, al terzo posto, si registra il 15,0% di denunciati extracomunitari in Emilia Romagna.

Quindi circa il 70% degli occupati alle dipendenze delle imprese, per lo più maschi, si concentra nel Nord Est d’Italia ossia in Lombardia, Triveneto ed Emilia Romagna.

Sempre proseguendo in tali confronti regionali, bisogna sottolineare il numero veramente modesto di lavoratori extracomunitari denunciati dalle aziende del Lazio, nel corso del ’97 così come del ’98; un numero fortemente in contrasto con il fatto che il Lazio è la seconda regione, dopo la Lombardia, per numero di stranieri residenti.

A proposito invece dei lavoratori domestici extracomunitari, per lo più donne, viene confermata la loro concentrazione nelle grandi città.

Il Lazio (soprattutto la città di Roma) è la regione con il maggior numero di lavoratori domestici extracomunitari attestandosi attorno al 30,5% del totale dei domestici extracomunitari denunciati presso l’INPS (nel ’97). La Lombardia segue al secondo posto con il 24,8% dei lavoratori domestici extracomunitari (concentrati soprattutto nella città di Milano) mentre al terzo posto si ha la regione Toscana con l’8,1% di domestici extracomunitari regolari.

Il caso lombardo risulta quindi di particolare rilevanza nel contesto nazionale, tanto che diviene quasi necessario un approfondimento delle dinamiche di partecipazione degli extracomunitari a questo mercato del lavoro.

Il confronto tra le province conferma la tradizionale distribuzione sul territorio lombardo del lavoro degli immigrati, con la metropoli milanese quale centro indiscusso del lavoro domestico e dell’inserimento nei servizi. Infatti, in provincia di Milano sono concentrati circa il 70% degli extracomunitari denunciati all’INPS come dipendenti del settore domestico (dati ’98) mentre sono addirittura il 79% un anno prima (nel ’97); valori che portano la provincia di Milano a conseguire il primato regionale con il 39,7% di tutti i lavoratori stranieri complessivamente denunciati all’INPS, in Lombardia, nel ’98.

Tra le altre province, si ha al secondo posto Brescia con il 22,1% di lavoratori stranieri denunciati, seguita, con circa dieci punti percentuali in meno, da Bergamo e precisamente con il 13,3% di lavoratori extracomunitari denunciati rispetto al totale regionale (sempre nel ’98). Proseguendo in questo confronto provinciale e ripartendolo per settori produttivi, si nota come le province di Bergamo e Brescia abbiano andamenti abbastanza simili, poiché in entrambe si ha il primato dell’inserimento degli immigrati nei vari settori industriali, salvo per il settore della Metallurgia e Meccanica che vede la netta prevalenza della provincia di Brescia rispetto a Bergamo, rispettivamente con il 41,3% di lavoratori extracomunitari regolari (rispetto al totale regionale) contro il 14,4% bergamasco.

Ciò che colpisce è il numero modesto di lavoratori extracomunitari, circa il 15% del totale, denunciati in media all’INPS come dipendenti del settore edile nelle province di Brescia e Bergamo. Tale valore è abbondantemente superato da Milano che, nonostante la sua palese vocazione terziaria, fa registrare il 35,6%, rispetto al totale, di lavoratori extracomunitari denunciati dalle aziende edili milanesi nel corso del ’98.

Le altre province hanno valori più contenuti salvo Mantova che nel settore agricolo fa registrare il 50,0% rispetto al totale lombardo (in termini assoluti sono solo 11 lavoratori stranieri) di stranieri denunciati all’INPS nel corso del ’98.

In sintesi questi dati sembrano confermare il fatto che il sistema economico lombardo attrae manodopera extracomunitaria non in senso generico ma secondo particolari aree e settori, con anche notevoli disparità tra i vari contesti locali. Ad esempio, a Sondrio il fenomeno è quasi insignificante, a Brescia e Bergamo si registra invece un notevole inserimento degli extracomunitari nel settore industriale, a Milano si hanno inserimenti prevalentemente nel settore terziario, soprattutto in quello domestico.

Al fine di cogliere in modo più completo l’inserimento degli extracomunitari nel mercato del lavoro lombardo si può fare riferimento anche ai dati relativi ai loro avviamenti al lavoro e alle loro iscrizioni ai vari uffici di collocamento provinciali. Innanzitutto si deve ricordare che nella Lombardia risiedono circa un quarto degli stranieri che hanno un permesso di soggiorno per motivi di lavoro rilasciato dalle Questure italiane (in particolare il 24,1%), dei quali il 93,1% l’ha ottenuto per lavoro dipendente.4

 

 

 

 

 Analisi delle iscrizioni al Collocamento

 

Riguardo l’analisi dei dati relativi ai cittadini extracomunitari iscritti al collocamento in Lombardia, innanzitutto si nota che, al 31/12/’98, sono iscritti circa un sesto del totale di extracomunitari iscritti agli uffici di collocamento di tutta Italia (circa 205.357 unità). Analizzando nel dettaglio il territorio lombardo si registra la provincia di Milano al primo posto con 200.498 iscrizioni (datate 31/12/’98), seguita da Brescia con 4.381 iscrizioni e Bergamo con 2.488 iscrizioni.

La ripartizione per settore produttivo mostra che gli immigrati sono iscritti al collocamento nella grande maggioranza come operai generici, circa il 75% del totale degli iscritti nel biennio ‘97-’98, seguiti dagli operai qualificati.

La provincia di Bergamo si differenzia parzialmente da tale andamento poiché, pur ponendo al primo posto gli extracomunitari iscritti come operai generici, fa registrare un numero di operai qualificati superiore, in termini relativi, a quelli delle altre province. Anche attraverso questi dati il mercato del lavoro lombardo non solo si conferma in buona salute, poiché gli immigrati rimangono iscritti al collocamento generalmente per meno di tre mesi, ma conferma anche la sua caratteristica struttura produttiva in quanto si ha la netta prevalenza di extracomunitari iscritti al collocamento come appartenenti al settore industriale, soprattutto nelle province di Bergamo e Brescia, mentre al secondo posto si collocano gli appartenenti al settore “altre attività” (terziario in genere), all’interno del quale Milano fa registrare il primato assoluto.

 

 

Analisi degli avviamenti al lavoro

 

Si può completare il quadro d’insieme del mercato del lavoro lombardo attraverso una lettura dei dati relativi ai cittadini extracomunitari avviati al lavoro nel biennio ‘97-’98, che è il periodo per il quale si dispongono delle rilevazioni ufficiali più recenti.

In tale biennio si registra un trend lievemente crescente degli avviamenti, con un incremento dei suddetti, rispetto all’anno precedente (’97), del 3,4%.

Questo incremento potrebbe confermare la crescente dinamicità del mercato del lavoro lombardo che, dopo la crisi dei primi anni novanta, è ora in continua crescita e dimostra una permanente capacità d’assorbire manodopera anche a bassi livelli occupazionali.

Gli extracomunitari sono normalmente assunti per mansioni di basso livello: nel 1998, sono avviati al lavoro come operai generici 25.282 extracomunitari ed 4.551 come operai qualificati (su 32.293 avviamenti totali) ed lo stesso avviene nel ’97, con 22.131 extracomunitari avviati come operai generici (su 31.834 avviamenti totali).

Riguardo ai settori produttivi l’industria conferma il suo ruolo prioritario nel determinare gli avviamenti al lavoro dei cittadini extracomunitari poiché, nel ’97 e nel ’98, assorbe circa la metà di tutti gli avviati extracomunitari in Lombardia, mentre un altro 43% d’avviamenti avviene nel settore terziario e in particolare nel basso terziario come il settore domestico. Anche gli avviamenti al lavoro confermano la particolarità lombarda rappresentata dal contrasto tra gli andamenti della provincia di Milano e quelli del resto della regione: nel Milanese prevale, infatti, l’inserimento nel terziario mentre, nel resto della regione, prevalenti sono le assunzioni nell’industria con Brescia al primo posto, con il 31% degli avviamenti di extracomunitari (nel ’98), seguita dalla provincia di Milano con il 26% e da quella di Bergamo con il 16%.

 

 

L’INSERIMENTO DEGLI EXTRACOMUNITARI NEL MERCATO DEL LAVORO BERGAMASCO

 

Nell’ambito della generale capacità attrattiva dell’immigrazione da parte dell’economia italiana, le aree che formano il fitto tessuto dell’industrializzazione diffusa, ossia il Nord-Est, sono divenute i poli d’attrazione principali soppiantando il vecchio “Triangolo Industriale” (Milano-Torino-Genova), oggi segnato dal declino della grande impresa fordista. Questo nuovo polo d’attrazione è costituito dalle province di Milano, Trento, Vicenza, Brescia Treviso, Modena, Verona, Reggio Emilia e appunto Bergamo, tutte caratterizzate da un benessere diffuso, tassi di disoccupazione molto al di sotto della media nazionale e da un processo di scolarizzazione superiore, rafforzatosi negli ultimi anni, che rende sempre più problematico il ricambio delle maestranze operaie, anche a causa della presenza di una “famiglia lunga” che sostiene una disoccupazione in buona parte volontaria.

Si tratta di realtà locali dove va configurandosi un peculiare modello di integrazione, la cui figura idealtipica è quella dell’immigrato operaio, impiegato in imprese di piccola e media dimensione, specialmente del settore meccanico ed edile; un modello fortemente attrattivo poiché vi si concentrano la maggioranza degli immigrati dipendenti da imprese italiane e il 40% degli avviamenti al lavoro di stranieri registrati nel corso del 1998.

In queste province a un forte dinamismo economico si associa però, in questi ultimi decenni, un processo di rapido invecchiamento della popolazione per cui l’immigrazione appare destinata non solo a sopperire alle carenze di qualifiche professionali rifiutate dai locali ma anche a svolgere una funzione strutturale, andando a sostituire le leve che via via giungono all’età del pensionamento e non vengono sostituite dal ricambio generazionale della popolazione attiva (di cui si è già discusso nel capitolo precedente).

L’immigrazione nella provincia di Bergamo presenta, pertanto, una natura strutturale ma non si tratta di un’immigrazione di primo arrivo, dato che la maggior parte degli immigrati proviene da altre province italiane, che hanno svolto il ruolo di prima accoglienza. Complessivamente, nella provincia di Bergamo, tra lavoro regolare e precario si può quasi parlare di piena occupazione poiché sono circa 11.000 gli immigrati che svolgono un lavoro, a cui bisogna sommare le 800 autorizzazioni, rilasciate dalla Camera di Commercio, a stranieri per lo svolgimento di un’attività economica autonoma.

 

 

 
 Analisi delle iscrizioni al Collocamento

 

Alla fine del 1998 gli extracomunitari iscritti alle liste dell’Ufficio Provinciale del Lavoro e della Massima Occupazione sono 2.488 di cui 1.602 maschi e 886 femmine.

La prima considerazione è ovviamente la assoluta modestia del dato degli extracomunitari rispetto al dato complessivo degli iscritti pari a 38.947 disoccupati, per cui appena il 6,4% circa del totale degli iscritti all’Ufficio Provinciale del Lavoro e della Massima Occupazione di Bergamo sono extracomunitari.

Se questa fosse l’effettiva dimensione quantitativa del fenomeno immigratorio, che trova la sua motivazione principale nella ricerca di lavoro e di migliori condizioni di vita, il problema della ventilata “concorrenza” sul mercato del lavoro tra cittadini italiani ed extracomunitari di fatto non esisterebbe. Tuttavia la crisi occupazionale sviluppatasi in Lombardia negli anni 1992 e 1993 ripropone alcune riserve circa l’apertura del mercato del lavoro nazionale e lombardo ai flussi migratori.

Infatti la consistenza dell’offerta di lavoro extracomunitaria pari, nel 1998, al 6,4% dell’offerta complessiva bergamasca, conferma la tendenziale stabilizzazione di tale offerta di lavoro disoccupata, la quale oscilla tra il 5,6% del 1994 ed appunto il 6,4% del 1998. Anche a livello lombardo la provincia di Bergamo sembrerebbe confermare questa sua costante capacità di assorbire manodopera straniera, in quanto i disoccupati extracomunitari iscritti all’Ufficio Provinciale del Lavoro e della Massima Occupazione di Bergamo sono circa i quattro quinti del totale degli iscritti in Lombardia da circa cinque anni (ossia dal 1994) e questo nonostante un trend crescente di extracomunitari residenti in provincia.

Un secondo rilievo riguarda il netto divario relativo al dato degli stranieri in cerca di prima occupazione (1.653 nel 1998) rispetto a quello relativo ai disoccupati in senso stretto (835 nel 1998). In altri termini, come appare evidente dal dato complessivo degli iscritti, il numero di extracomunitari che avendo perso un lavoro ne cerca un altro corrisponde a circa i due terzi del totale dei senza lavoro.

Le cause di questo andamento sembrano essere per lo più di natura economica: la profonda crisi che investe l’economia italiana dalla fine del 1990 scarica i suoi effetti negativi sull’occupazione in tempi differenti, investendo, anche se con modalità diverse, tutti i settori dell’economia e l’espulsione di lavoratori che ne deriva (in realtà più di stranieri che d’italiani, in termini relativi) determina un eccesso di offerta di lavoro insoddisfatta dal mercato. Tuttavia non è tanto il “gap” esistente tra il dato degli extracomunitari in cerca di prima occupazione e quello dei disoccupati, divario peraltro comune ai dati complessivi di tutti gli iscritti, quanto piuttosto, l’evoluzione storica negli anni che vanno dal 1994 al 1998 ed i cambiamenti che sono alla base del fenomeno immigrazione che interessa porre in evidenza.

Il trend degli iscritti extracomunitari segue quello dei dati totali fino al 1998 poi, a fronte di un decremento degli iscritti complessivi del 6,7%, rispetto al 1997, si ha una crescita degli stranieri iscritti del 4,3%. Ad ogni modo non bisogna farsi distrarre da quest’ultimo incremento poiché l’analisi di medio periodo dimostra, invece, che il superamento della crisi economica, iniziato alla fine del ’93 e avviatosi pienamente nel 1994, fa parzialmente sentire i suoi effetti anche sul mercato del lavoro, comportando addirittura una riduzione del numero di extracomunitari in cerca di un’occupazione tra il 1994 e il 1995.

A partire dal 1995 si ha un aumento contenuto, di anno in anno, del numero d’iscrizioni di extracomunitari fino ad arrivare all’anno 1998 i cui dati mostrano, a fronte di un incremento in termini assoluti degli iscritti extracomunitari all’Ufficio Provinciale del Lavoro e della Massima Occupazione di Bergamo, una consistente diminuzione (dell’8,4% rispetto al 1997) del numero di coloro che sono alla ricerca di una prima occupazione. Bisogna comunque considerare che questi valori si collegano a valutazioni di natura non solo economica, poiché alla diminuzione del numero degli iscritti in cerca di prima occupazione potrebbe aver contribuito un certo scoraggiamento degli extracomunitari che, troppo spesso, si vedono richiesti in lavori dequalificati o non regolarmente registrati.

Passando a considerare i tempi d’attesa necessari a trovare una occupazione si segnalano le minori difficoltà d’incontro tra domanda ed offerta di lavoro, poiché il 21% circa degli iscritti, nel 1998, ha tempi di iscrizione che superano l’anno mentre nel 1994 sono ben dieci punti percentuali in più; al contrario coloro che hanno un’anzianità d’iscrizione inferiore ai tre mesi passano dal 25% del totale degli iscritti extracomunitari, nel 1994, al 41% del 1998.

 


 Analisi degli avviamenti al lavoro

 

Altre informazioni utili, in chiave di aggiornamento della situazione lavorativa nella Bergamasca degli immigrati extracomunitari, possono essere ricavate dai dati relativi ai cittadini extracomunitari avviati al lavoro dal collocamento di Bergamo, aggiornati al 31/12/1998.

La serie storica dei dati, rilevanti la domanda di lavoro, è la seguente:

 

 


 

 


L’andamento crescente di questi valori fa pensare innanzitutto che la grave crisi congiunturale dell’inizio degli anni ’90 sia ormai completamente superata: all’inizio del decennio sono assunti un certo numero d’immigrati ma, in seguito alla recessione, se ne avverte molto meno il bisogno e così gli immigrati sono le prime vittime della recessione.

Il 1993 è l’anno di maggior crisi in termini occupazionali poiché si registra un calo del 38% degli avviamenti degli extracomunitari rispetto al 1992 e del 50% rispetto al 1991, dimostrando come gli immigrati vengono assunti quando l’economia tira mentre, in seguito, gli immigrati divengono le prime vittime della recessione.

Bisogna comunque ricordare che la recessione economica, che colpisce l’Italia all’inizio degli anni novanta, ha effetti più contenuti sul mercato del lavoro bergamasco grazie alla rete di supporto delle piccole e medie imprese che, date le dimensioni, possono sfruttare al meglio le opportunità presenti sui mercati e, quindi, adeguarsi dinamicamente alle mutevoli esigenze.

Analizzando gli avviamenti degli extracomunitari in provincia di Bergamo se ne coglie un costante incremento in termini assoluti e gli ultimi dati a disposizione, relativi al terzo trimestre ’99, mostrano un numero d’avviamenti decisamente superiore allo stesso periodo del ’98: dall’inizio dell’anno ’99 fino alla fine di settembre si hanno quasi 5mila avviamenti di cittadini extracomunitari, pari al 10,3% degli avviamenti totali con un incremento dell’incidenza, sul numero complessivo d’avviamenti, di 2,7 punti percentuali.

Tali dati non devono però ingannarci poiché il numero degli avviamenti al lavoro non corrisponde, necessariamente, al numero di lavoratori né che hanno trovato lavoro né che stanno svolgendo il lavoro per il quale è stato registrato l’avviamento.

E’ ormai assodato, come la ricerca di un posto di lavoro stabile da parte degli extracomunitari sia andata progressivamente complicandosi in provincia di Bergamo, perché la crisi del mercato occupazionale colpisce in modo più marcato quei settori nei quali gli stranieri trovano più agevolmente un’occupazione, soprattutto quello meccanico ed edile. E’ sempre più diffuso il ricorso a forme contrattuali atipiche, in specie al contratto a tempo determinato, utilizzato nel 30% dei casi, del contratto a tempo parziale (6,4%) e del contratto di formazione/lavoro (5%): percentuali comunque inferiori a quelle che ci si sarebbe potuto attendere, dato l’uso e l’abuso, che le aziende comunemente fanno dei contratti atipici che spesso arrivano a interessare la maggioranza delle assunzioni.5

La ripresa dell’economia bergamasca non è accompagnata da una proporzionale ripresa occupazionale, la quale dimostra come l’economia bergamasca fatica maggiormente ad uscire pienamente dalla crisi rispetto a quella lombarda. Una lenta ripresa dunque, che potrebbe essere spiegata dal fatto che l’economia bergamasca è basata su un settore manifatturiero fortemente orientato all’esportazione che risente più di altri della crisi economica che colpisce l’azienda Italia. Ancora nel primo semestre del ’99 le esportazioni bergamasche diminuiscono del 12,5%, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, mentre quelle italiane solo del 6,1%.

Nonostante le suddette difficoltà, è sempre l’industria a costituire lo sbocco occupazionale prevalente per gli extracomunitari seguita, a grande distanza, dal settore terziario (“altre attività”) mentre nell’agricoltura si rilevano avviamenti in misura assai modesta. Addirittura la provincia di Bergamo, attraverso questi dati, non solo conferma il ruolo prioritario dell’industria nel determinare gli avviamenti dei cittadini extracomunitari, ma ne dimostra il ruolo preponderante e la sua quasi esclusiva vocazione manifatturiera, in quanto una fascia tra il 70% e l’80% della domanda di extracomunitari è assorbita da tale settore nel periodo 1994-1997.

A tale proposito, è sufficiente pensare che, in provincia di Bergamo il 4,3% dei lavoratori impiegati nell’industria è straniero (dati 1998).

La qualifica di assunzione ribadisce che la grandissima maggioranza degli stranieri sono assunti come operai generici (oltre l’80%); gli operai qualificati sono il 14%, gli specializzati il 3% e gli impiegati solo l’1,6%. E’ sconcertante rilevare che la quota dei generici subisce, tra il 1997 e il 1998, un incremento di circa dieci punti percentuali.

Tale connotazione manifatturiera sembra essere però in fase di aggiustamento verso un maggiore equilibrio, poiché nel 1998 si nota un incremento di circa il 60%, rispetto al ’97, degli avviamenti degli extracomunitari nel settore delle attività non industriali (il 34% degli avviamenti di extracomunitari avviene verso questo settore nel 1998) anche se questo dato andrà approfondito e vagliato assieme ad altri per capire se tale cambiamento è congiunturale o effettivamente anticipatore di modificazioni strutturali di medio-lungo termine.

Si comprende quindi come la bergamasca abbia una vocazione fortemente in contrasto con quella tipicamente terziaria dell’area milanese, diversificando così le attività produttive della regione Lombardia, all’interno delle quali gli immigrati vengono inseriti regolarmente per colmare i vuoti lasciati da una manodopera autoctona non più disponibile in misura sufficiente a ricoprire determinate mansioni di basso livello.

E’ probabile che un fenomeno di questo tipo sia collegato anche all’aumento del tasso di scolarità della popolazione italiana e di quella bergamasca, la quale, in questi ultimi anni, si sta allineando alle medie nazionali e, quindi, alle aspettative di lavori più qualificati per i giovani in cerca di prima occupazione.6 Ciò potrebbe causare o aver già causato una domanda non soddisfatta di manodopera generica per mansioni poco remunerate soddisfatta dagli extracomunitari e quindi si potrebbe già parlare, in questi termini, di una loro interazione con il sistema locale secondo un modalità complementare.

Riguardo il titolo di studio degli extracomunitari avviati si ha una preponderanza pressoché assoluta d’avviamenti di coloro che sono privi di qualsiasi titolo di studio, sia in Lombardia che, soprattutto, nella provincia di Bergamo e ciò conferma ancora una volta la grande capacità del settore produttivo bergamasco d’assorbire forza lavoro generica priva di competenze e preparazioni scolastiche.

Non bisogna comunque dimenticare che tali dati non possono dare la certezza del livello di preparazione degli extracomunitari in quanto sono note le difficoltà che incontrano gli stranieri nel veder riconoscere i loro titoli di studio in Italia.

A detta di molti imprenditori bergamaschi, il contingente di extracomunitari esistente sul mercato del lavoro esprime un potenziale di forza lavoro tuttora non valorizzato che, proprio grazie al buon grado di scolarizzazione frequentemente esistente, potrebbe essere molto più proficuamente utilizzato nelle aziende bergamasche, almeno per colmare in parte la carenza di personale qualificato e specializzato che affligge il sistema produttivo bergamasco (vedi paragrafo 6 B I).

 

 

 

Clandestinità e lavoro nero

 

Il fenomeno del lavoro degli immigrati è in realtà ben più esteso di quanto non appaia dai dati ufficiali. Il lavoro degli extracomunitari non è soltanto quello che i dati amministrativi dell’Ufficio Provinciale del Lavoro e della Massima Occupazione rilevano, poiché è presente, su tutto il territorio nazionale, un vasto numero di stranieri che lavorano in nero, sia regolari riguardo il permesso di soggiorno, che clandestini. La grande diffusione dell’economia sommersa nel nostro paese, in specie al Sud (dove rappresenta circa un quarto dell’occupazione) ma anche al Nord, con particolari concentrazioni in alcuni segmenti ad elevata presenza d’immigrati, quali l’edilizia, le pulizie industriali, la ristorazione, il lavoro domestico e l’artigianato di subfornitura (oltre all’agricoltura mediterranea e alla vendita ambulante), favorisce l’assorbimento d’immigrati e spesso anche di coloro che sono regolarmente presenti sul territorio italiano.

In base alle stime disponibili, negli ultimi anni la quota d’immigrati irregolarmente occupati non è mai scesa al di sotto del 31%, più del doppio di quella relativa ai locali.7

Le concentrazioni più forti si osservano nel Sud, nelle aree metropolitane di Roma e Milano e nelle regioni de-industrializzate del Nord ovest (quelle cioè corrispondenti al vecchio Triangolo Industriale).

Questa forte diffusione del lavoro nero in Italia ha diverse cause: fenomeni di clandestinità e di informalità possono generarsi quando l’economia attraversa un periodo di crisi per cui si ricorre a forme occupazionali irregolari o a salario molto basso al fine del contenimento dei costi. Generalmente, in questa condizione, la convenienza al lavoro da parte dell’offerta locale decade e, quindi, si apre un varco per il lavoro degli immigrati, molto spesso però in condizioni di accentuata informalità e clandestinità.

Questa è una delle possibili spiegazioni della presenza del fenomeno migratorio anche in aree dove i tassi di disoccupazione sono molto elevati.

Le principali leggi sull’immigrazione emanate in Italia non sono riuscite a porre un freno all’immigrazione straniera in forma clandestina e al lavoro nero, così come nemmeno ci sono riusciti i vari provvedimenti volti a sanare situazioni pregresse di clandestinità.

Ad ogni modo, bisogna innanzitutto definire il lavoro nero: esso è normalmente inteso come quella prestazione lavorativa che non viene segnalata alle autorità amministrative e non viene registrata essenzialmente per evadere un complesso di regolamentazioni tra cui quelle fiscali e sindacali.

E’ risaputo che gli extracomunitari entrati clandestini nel nostro paese raccolgono, da un lato, gli elementi più retrogadi del lavoro nero e dall’altro i più innovativi.

Si realizzano, infatti, i livelli di “sfruttamento“ classico permessi dalla difficoltà di ottenere un permesso di soggiorno ed elementi innovativi consistenti nell’illegale “lavoro in affitto” tramite l’appalto per brevi periodi di lavoro dequalificato a basso costo e con significativi margini di intermediazione. In quest’ambito, si configurano anche nuove forme di “caporalato” realizzate attraverso cooperative che svolgono improprie funzioni di agenzia di manodopera e d’intermediazione, attraverso la presenza di immigrati tra i loro soci lavoratori, ma tali cooperative debbono essere però distinte da quelle imprese di fornitura di lavoro temporaneo (interinale) che iniziano ad operare nel corso del 1998.

Si deve anche considerare che il lavoro occulto è potenzialmente in linea con le moderne forme di occupazione, infatti dal lato dell’offerta va incontro ad esigenze di maggior reddito e dal lato della domanda risponde a requisiti di selettività e flessibilità (sempre più spesso le imprese richiedono operai più o meno specializzati solo per il tempo necessario a tamponare le esigenze immediate).

Da questa breve introduzione si possono facilmente capire le notevoli difficoltà di fornire dati quantitativi sull’entità del lavoro nero degli extracomunitari.

L’unica fonte abbastanza attendibile che è stato possibile reperire è quella realizzata dall’Ispettorato del Lavoro nella veste di attività di vigilanza e repressione del fenomeno dell’illecito civile.

 

Nel corso del 1999, gli Ispettori del Lavoro visitano 128 aziende, per la maggior parte artigianali e quindi di piccole dimensioni (soltanto le 36 aziende del settore industriale presentano un numero di addetti più elevato) per un totale di 1.069 lavoratori.

In ogni comparto risultano lavoratori extracomunitari ed anche se non può essere effettuata una valutazione statistica vera e propria, i lavoratori extracomunitari irregolari costituiscono il 27% dei complessivi dipendenti extracomunitari delle aziende visitate e il 10,6% circa del totale dei dipendenti (sempre delle 128 aziende ispezionate).

Il settore proporzionalmente con minori infrazioni è quello industriale poiché registra “solo” il 16% circa di lavoratori extracomunitari irregolari, rispetto al totale degli stranieri dipendenti nel medesimo settore ispezionato (vedi tabella 12 a pagina 177).

Riguardo gli altri settori è significativo rilevare come il dato relativo agli stranieri irregolari superi o sia molto vicino a quello dei lavoratori stranieri regolari dipendenti, in particolare nei settori dell’agricoltura e dei servizi domestici così come nel settore del commercio ove si rileva, come da tradizione, un tasso d’irregolarità attorno al 61% dei dipendenti extracomunitari complessivi.

I tipi di trasgressioni accertate riguardano principalmente la mancanza di permessi di soggiorno, ma anche gli illeciti amministrativi ossia la violazione delle procedure dell’Ufficio provinciale del Lavoro, delle norme dei Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro, della legge sull’immigrazione (L.943/86) e delle leggi che vietano la intermediazione di manodopera (L.1369/60).

In seguito, si riportano dettagliatamente i dati relativi alla vigilanza effettuata dall’Ispettorato provinciale del Lavoro di Bergamo contro il fenomeno dell’occupazione abusiva di cittadini extracomunitari per il periodo 1993 - 1999.

 

 

 

 

Tab. 6  Vigilanza contro il fenomeno dell’occupazione abusiva di cittadini extracomunitari aziende visitate e risultati ottenuti    1993

SETTORE

DI

ATTIVITA’

NUMERO AZIENDE VISITATE

NUMERO LAVORATORI OCCUPATI NELLE AZIENDE VISITATE

TOT.

DI CUI CITTADINI EXTRACOMUNITARI

REGOLARI

IRREGOLARI

TOTALE

PERM.

SOGG.

ALTRE

CAUSE

Agricoltura

4

13

5

/

1

6

Industria

33

1075

64

12

49

125

Artigianato

27

265

25

6

21

52

Commercio

7

27

7

2

2

11

Turismo

/

/

/

/

/

/

Trasporti

4

28

8

/

4

12

Alberghi- Pensioni

Pubblici Es.-Mense

4

28

9

/

3

12

Imprese pulizia

1

19

4

/

6

10

Servizi domestici

1

1

/

/

1

1

TOTALE

81

1456

122

20

87

229

Fonte: Direzione provinciale del lavoro Servizio Ispezione del Lavoro Bergamo

 

Tab. 7  Vigilanza contro il fenomeno dell’occupazione abusiva di cittadini extracomunitari aziende visitate e risultati ottenuti   1994

SETTORE

DI

ATTIVITA’

NUMERO AZIENDE VISITATE

NUMERO LAVORATORI OCCUPATI NELLE AZIENDE VISITATE

TOT.

DI CUI CITTADINI EXTRACOMUNITARI

REGOLARI

IRREGOLARI

TOTALE

PERM.

SOGG.

ALTRE

CAUSE

Agricoltura

10

48

6

5

14

25

Industria

16

1724

198

23

87

308

Artigianato

18

181

22

10

18

50

Commercio

7

115

26

6

15

47

Turismo

/

/

/

/

/

/

Trasporti

3

35

11

5

7

23

Alberghi- Pensioni.

Pubblici Es.-Mense

4

32

5

2

5

12

Imprese pulizia

1

16

6

/

4

10

Servizi domestici

2

2

/

2

/

2

TOTALE

61

2163

274

53

150

477

Fonte: Direzione provinciale del lavoro  Servizio Ispezione del Lavoro Bergamo

 

Tab. 8  Vigilanza contro il fenomeno dell’occupazione abusiva di cittadini extracomunitari aziende visitate e risultati ottenuti    1995

SETTORE

DI

ATTIVITA’

NUMERO AZIENDE VISITATE

NUMERO LAVORATORI OCCUPATI NELLE AZIENDE VISITATE

TOT.

DI CUI CITTADINI EXTRACOMUNITARI

REGOLARI

IRREGOLARI

TOTALE

PERM.

SOGG.

ALTRE

CAUSE

Agricoltura

12

52

7

4

16

27

Industria

15

1625

168

19

62

249

Artigianato

23

215

23

8

19

50

Commercio

11

127

25

7

15

47

Turismo

2

14

3

2

1

6

Trasporti

6

42

8

4

5

17

Alberghi- Pensioni

Pubblici Es.-Mense

5

41

6

1

4

11

Imprese pulizia

3

29

9

1

5

15

Servizi domestici

4

4

2

2

/

4

TOTALE

81

2149

251

48

127

426

Fonte: Direzione provinciale del lavoro Servizio Ispezione del Lavoro Bergamo

 

Tab. 9  Vigilanza contro il fenomeno dell’occupazione abusiva di cittadini extracomunitari aziende visitate e risultati ottenuti   1996

SETTORE

DI

ATTIVITA’

NUMERO AZIENDE VISITATE

NUMERO LAVORATORI OCCUPATI NELLE AZIENDE VISITATE

TOT.

DI CUI CITTADINI EXTRACOMUNITARI

REGOLARI

IRREGOLARI

TOTALE

PERM.

SOGG.

ALTRE

CAUSE

Agricoltura

10

45

15

4

2

21

Industria

29

1302

339

25

7

371

Artigianato

117

385

87

18

17

122

Commercio

15

112

41

9

9

59

Turismo

3

18

4

2

/

6

Trasporti

8

43

9

5

1

15

Alberghi- Pensioni

Pubblici Es.-Mense

10

64

13

4

2

19

Imprese pulizia

9

93

21

5

4

30

Servizi domestici

10

10

4

2

/

6

TOTALE

211

2072

533

74

42

649

Fonte: Direzione provinciale del lavoro Servizio Ispezione del Lavoro Bergamo

 

Tab. 10  Vigilanza contro il fenomeno dell’occupazione abusiva di cittadini extracomunitari aziende visitate e risultati ottenuti   1997

SETTORE

DI

ATTIVITA’

NUMERO AZIENDE VISITATE

NUMERO LAVORATORI OCCUPATI NELLE AZIENDE VISITATE

TOT.

DI CUI CITTADINI EXTRACOMUNITARI

REGOLARI

IRREGOLARI

TOTALE

PERM.

SOGG.

ALTRE

CAUSE

Agricoltura

15

48

12

5

8

25

Industria

57

26898

1732

30

63

1825

Artigianato

69

842

195

18

65

278

Commercio

26

491

87

10

42

139

Turismo

7

42

15

3

10

28

Trasporti

10

86

18

5

5

28

Alberghi- Pensioni

Pubblici. Es.-Mense

21

137

33

4

11

48

Imprese pulizia

14

338

45

14

19

78

Servizi domestici

5

5

1

3

/

44    4

TOTALE

224

28.887

2.138

92

223

2.453

Fonte: Direzione provinciale del lavoro Servizio Ispezione del Lavoro Bergamo

 

Tab. 11  Vigilanza contro il fenomeno dell’occupazione abusiva di cittadini extracomunitari aziende visitate e risultati ottenuti     1998

SETTORE

DI

ATTIVITA’

NUMERO AZIENDE VISITATE

NUMERO LAVORATORI OCCUPATI NELLE AZIENDE VISITATE

TOT.

DI CUI CITTADINI EXTRACOMUNITARI

REGOLARI

IRREGOLARI

TOTALE

PERM.

SOGG.

ALTRE

CAUSE

Agricoltura

10

31

12

4

7

23

Industria

37

9571

450

16

36

502

Artigianato

70

1355

102

12

25

139

Commercio

18

69

11

5

12

28

Turismo

4

32

8

2

4

14

Trasporti

6

71

14

1

3

18

Alberghi- Pensioni

Pubblici Es.-Mense

11

65

18

2

4

24

Imprese pulizia

7

98

15

/

2

17

Servizi domestici

5

5

2

1

/

3

TOTALE

168

11.297

632

43

93

768

Fonte: Direzione provinciale del lavoro Servizio Ispezione del Lavoro Bergamo

 

Tab. 12  Vigilanza contro il fenomeno dell’occupazione abusiva di cittadini extracomunitari aziende visitate e risultati ottenuti     1999

SETTORE

DI

ATTIVITA’

NUMERO AZIENDE VISITATE

NUMERO LAVORATORI OCCUPATI NELLE AZIENDE VISITATE

TOT.

DI CUI CITTADINI EXTRACOMUNITARI

REGOLARI

IRREGOLARI

TOTALE

PERM.

SOGG.

ALTRE

CAUSE

Agricoltura

10

29

11

5

10

26

Industria

36

513

155

12

17

184

Artigianato

37

355

85

13

21

119

Commercio

14

43

9

5

9

23

Turismo

3

16

2

1

3

6

Trasporti

5

28

7

2

2

11

Alberghi- Pensioni

Pubblici Es.-Mense

10

41

18

5

4

27

Imprese pulizia

6

37

13

/

3

16

Servizi domestici

7

7

3

2

/

   55

TOTALE

128

1069

303

45

69

417

Fonte: Direzione provinciale del lavoro Servizio Ispezione del Lavoro Bergamo

 

Confrontando la vigilanza effettuata nel 1999 rispetto a quella degli anni precedenti, si può notare che il numero di aziende ispezionate dall’Ispettorato del Lavoro raggiunge il suo apice negli anni ’96 e ’97 (con rispettivamente 211 e 224 aziende ispezionate) mentre negli anni più recenti il numero di imprese ispezionate diminuisce progressivamente di circa un 25% di anno in anno, attestandosi comunque su valori ben superiori a quelli del periodo ’93 –’95.

L’incidenza dei cittadini extracomunitari sul totale dei dipendenti aumenta negli anni dal ’93 al ’96, poiché passa dal 16% (del 1993) al 31,3% (del 1996); negli anni ‘97 e ’98 segna invece il valore percentuale minimo attestandosi attorno all’8%; infine nel ’99 raggiunge un nuovo picco con il 39% presso le aziende ispezionate.

In generale, cresce l’occupazione degli extracomunitari nell’industria, nel commercio e nel settore artigianale, sia nei dati regolari che in quelli irregolari.

Quest’analisi che per i suddetti motivi non è esaustiva anzi, senza dubbio, è solo indicativa del fenomeno del lavoro occulto degli extracomunitari, si pone all’interno di un esame più ampio del mercato del lavoro della provincia di Bergamo.

Come ben si conosce, il tessuto economico della provincia di Bergamo è essenzialmente caratterizzato da industrializzazione diffusa che, fino alla fine degli anni ottanta, determina una situazione prossima alla piena occupazione.

Nel corso della crisi economica iniziata alla fine del 1991 e protrattasi fino alla prima metà del 1993, il numero dei senza lavoro cresce e il numero dei disoccupati in senso stretto, cioè delle persone che hanno perso un’occupazione e ne cercano un’altra, assume quote preoccupanti per una provincia dinamica come Bergamo.

Alla fine dell’anno ’93 e durante tutto il ’94 e il ’95 si verifica una ripresa della produzione a cui, tuttavia, segue soltanto in modo parziale un allargamento della base occupazionale.

In altri termini, l’aumento dell’export viene coperto anche con un aumento del grado di utilizzazione degli impianti e facendo ricorso a una maggiore elasticità del lavoro. Quest’ultimo punto si riferisce al ricorso al lavoro straordinario, ma anche allo sviluppo di attività lavorative irregolari ed occulte comprensive del ricorso a manodopera di immigrati clandestini che si offrono sul mercato del lavoro a qualunque condizione per necessità di reddito e i dati riportati precedentemente sono una testimonianza del fenomeno.

Analizzando il tasso di irregolarità complessivo dei dipendenti extracomunitari (calcolato rispetto al totale dei dipendenti extracomunitari impiegati presso le aziende ispezionate) si coglie un andamento decrescente di questo tasso, che partendo da valori oscillanti tra il 40% e il 50% circa, propri del periodo di maggior crisi ossia gli anni ’93, ’94 e ’95, raggiunge un valore del 18% circa nel 1996, addirittura del 13% nel 1997, per poi purtroppo risalire nell’ultimo anno di rilevazione (il 1999) al 27,3% (vedi tabella 13).

Esistono poi altre forme cosiddette “ricche” di lavoro nero, ossia lo svolgimento del doppio lavoro per coloro che, oltre a un’attività principale come dipendente, possiedono una seconda attività residuale di tipo autonomo e saltuario.

Ma il fenomeno più rilevante sotto il profilo sociale e culturale è quello relativo all’utilizzo occulto della manodopera straniera per la quale è l’unica risorsa cui aggrapparsi in quanto, a differenza dei disoccupati italiani, non possono contare sul supporto dei familiari e sui sussidi pubblici.

 

 

 

 

 

 

Tab. 13  Tasso di irregolarità degli extracomunitari dipendenti in provincia di Bergamo

Settori di

Attività

1993

1994

1995

1996

1997

1998

1999

Agricoltura

17%

76%

74%

29%

52%

48%

58%

Industria

48%

36%

33%

9,0%

5,0%

10%

16%

Artigianato

52%

56%

54%

29%

30%

27%

29%

Commercio

36%

45%

47%

30%

37%

61%

61%

Altre attività *

40%

49%

47%

33%

40%

42%

34%

Totale

47%

42%

41%

18%

13%

18%

27%

* comprendente i settori del turismo, spettacolo, alberghi, pensioni, pubblici esercizi, imprese di pulizia e servizi domestici

Il tasso d’irregolarità è calcolato come rapporto tra i lavoratori extracomunitari irregolari e il totale dei dipendenti extracomunitari, regolari e non, presso le imprese ispezionate

Fonte: elaborazione su dati dell’Ispettorato provinciale del Lavoro di Bergamo

 

 

 

 

IL RUOLO DEL LAVORATORE IMMIGRATO NELL’ECONOMIA BERGAMASCA

 

Secondo i dati dell’Osservatorio provinciale sull’immigrazione della Prefettura di Bergamo, relativi al ’99, sono 13.361 gli immigrati che hanno un lavoro subordinato come dipendenti, 1.267 i lavoratori autonomi e 785 i disoccupati iscritti alle liste di collocamento.

Qual è il loro ruolo lavorativo nell’economia bergamasca? E’ possibile parlare di una loro complementarità oppure prevale l’effetto concorrenziale nell’ambito del mercato del lavoro bergamasco?

La risposta a queste domande richiede, innanzitutto, di sottolineare il fatto che, in un mercato che presenta segni di eccellenza a livello occupazionale come quello bergamasco, entro cui è relativamente facile trovare lavoro, sembrano configurarsi due tipici modelli d’inserimento degli extracomunitari.

Da una parte sembra essersi formata una componente di manodopera fluttuante e instabile, che lavora per periodi di tempo limitati, poi si licenzia, rientra in patria e in seguito ritorna cercando nella precedente azienda il lavoro o cercandone un altro.

Dall’altra vi sono immigrati che cambiano lavoro perché si accorgono di essere sfruttati, ma soprattutto perché vogliono trovare un posto di lavoro più stabile, meno faticoso, meglio qualificato e remunerato. L’esito riuscito di un tale tipo di percorso professionale di auto promozione porta, in tempi abbastanza rapidi, alla formazione di una forza lavoro immigrata relativamente stabile, con un certo grado di capacità professionale e una sufficiente dimestichezza con la lingua italiana, quanto meno quella parlata e subito spendibile sul posto di lavoro.

Non bisogna, però, trascurare il fatto che un inserimento riesce per l’impresa quando il lavoratore straniero apprende rapidamente le mansioni assegnate ed accetta il suo ruolo subalterno ma, dal punto di vista dei lavoratori extracomunitari l’inserimento è valutato in modo differente. Infatti, un inserimento che riesce secondo l’azienda può non essere considerato tale dal lavoratore straniero, il quale lo può vivere come un processo di dequalificazione e di sottoutilizzo delle sue capacità intellettuali e professionali.

Da qui un’esperienza soggettiva che, proprio negli individui più vivaci, efficienti sul lavoro, capaci di comunicare ed esprimersi, assume i toni della frustrazione, dell’insoddisfazione e della rivendicazione.

Tale appurata discrepanza nei giudizi relativi alle mansioni svolte dagli immigrati nel mercato del lavoro bergamasco rivela, indirettamente, quali sono le condizioni che i bergamaschi ritengono fondamentali perché si abbia un riuscito inserimento lavorativo da parte degli extracomunitari e di conseguenza quale è il ruolo lavorativo assegnato agli immigrati.

Una caratteristica a cui viene data molto importanza è l’umiltà, il non essere pretenziosi, l’accettazione del ruolo subalterno, la capacità d’adattamento, la disponibilità a fare quello che i bergamaschi non fanno più, anche rinunciando, se necessario, ad una parte del proprio bagaglio di conoscenze e di cultura.

Questi sono tutti elementi tipici della cultura del lavoro bergamasca, caratterizzata dalla cosiddetta “voglia di lavorare”, che dimostrano come l’immigrato sia considerato, da parte degli imprenditori, come forza lavoro assolutamente sostitutiva dei locali in tutte quelle mansioni che essi ormai rifiutano per diverse ragioni:

·               anzitutto poiché si tratta di lavori faticosi, insalubri, ripetitivi e talvolta pericolosi

·               in secondo luogo poiché tali mansioni si collocano in settori esposti a feroce concorrenza e quindi instabili ed insicuri

·               in terzo luogo poiché è richiesta, sempre più diffusamente, la disponibilità a turni, orari atipici, lavoro serale, notturno e domenicale

In altre parole,gli immigrati sono funzionali all’attività produttiva in termini complementari rispetto al lavoro più qualificato, o meno ingrato, che tocca ai colleghi italiani proprio perché vengono a costituire manodopera molto flessibile (in termini quantitativi e qualitativi) per gli imprenditori, inquadrata quasi sempre ai livelli più bassi e disposta ad accettare orari di lavoro, turni e prestazioni straordinarie con grande docilità.

Queste considerazioni relative alle caratteristiche qualitative dell’offerta e della domanda di lavoro acquistano ancora più credito se si fa riferimento agli andamenti demografici, di cui si è parlato nel capitolo precedente, che dimostrano il rapido invecchiamento della popolazione bergamasca e la forte contrazione del numero di minori di età inferiore ai 14 anni che altro non sono che la futura forza lavoro.

A questo andamento bisogna aggiungere il recente significativo aumento della scolarità delle giovani generazioni che sono, per così dire, “rubate” alla precoce immissione nel mercato del lavoro e proiettate verso attese professionali più elevate rispetto al passato.8

L’inserimento lavorativo degli immigrati nell’economia bergamasca risulta ancora più evidente dal punto di vista della loro distribuzione settoriale, che sembra far emergere addirittura una sorta di loro discriminazione (“statistica”) sul mercato del lavoro realizzata nella forma dell’etnicizzazione dei rapporti di lavoro, in quanto gli imprenditori elaborano convinzioni che gli immigrati e certe etnie vadano bene solo per alcuni tipi di mestieri, quasi esclusivamente di basso livello (ad esempio, si crede che i senegalesi, in genere, siano dei buoni operai mentre, al contrario, gli albanesi siano inaffidabili per qualsiasi occupazione, ecc.).

Nella provincia di Bergamo, la distribuzione settoriale degli immigrati dipendenti da imprese, secondo i dati INPS ’98, mostra che il settore metallurgico/meccanico assorbe, da solo, il 31% della manodopera straniera, seguito da quello chimico e dalla gomma col 15%, dal commercio con il 13%, dall’edilizia con l’11,4% e dal tessile con l’8,35%.

Per converso, appare del tutto irrisoria, sia in generale sia a livello locale, la partecipazione degli immigrati ai settori più ambiti dall’offerta autoctona, quali credito, assicurazioni e amministrazioni statali, dove, tra l’altro, l’accesso agli stranieri è in gran parte precluso da barriere legali. La domanda di manodopera d’importazione da parte degli imprenditori bergamaschi è, pertanto, appiattita su mansioni dequalificate e di bassissimo livello, generalmente non richiedenti esperienza e formazione aggiuntiva, soprattutto in quei settori che già esprimono un’elevata capacità d’assorbimento della manodopera straniera (vedi tabella 15 a pagina 187).

Una prospettiva che è pienamente confermata anche dai dati della ricerca Unioncamere Excelsior relativi alle assunzioni previste dagli imprenditori bergamaschi nel biennio 1999–2000. Riguardo al biennio 1999-2000 gli unici dati ufficiali a disposizione sono quelli ricavabili da tali previsioni occupazionali per cui in seguito si farà riferimento solo a questi dati elaborati, nei mesi di maggio e giugno 1999, dalla Camera di Commercio Industria Artigianato e Agricoltura di Bergamo.

In particolare, si prevedono 4.268 nuove assunzioni di personale proveniente dai paesi extracomunitari (nel biennio 1999-2000) ma tale numero è da intendersi come quota potenziale di assunzioni determinato in base alle indicazioni delle imprese disponibili ad assumere anche tale personale. Di queste 4.268 assunzioni previste di extracomunitari, costituenti il 21,8% delle assunzioni totali previste, circa 2.953 dovrebbero avvenire nel settore industriale (ossia il 25% del totale delle assunzioni previste nel comparto industriale) e 1.315 in quello dei servizi, ossia il 16,8% del totale di quelle dei servizi (vedi tabella 14 a pagina 186).

Nell’ambito del settore industriale si prevede che i 3/5 delle assunzioni di extracomunitari, nel biennio 1999-2000, avverranno nelle imprese con meno di 50 addetti e nel settore delle Costruzioni che assumerà extracomunitari per il 40,2% del totale delle assunzioni previste in tale settore (in valore assoluto saranno circa 881 extracomunitari assunti).

Quindi anche tali dati confermano la priorità del settore delle costruzioni, ma non bisogna trascurare il fatto che in diversi altri settori quali quello delle Industrie dei metalli, della gomma e delle materie plastiche, del legno e in quello tessile/abbigliamento si prevedono assunzioni di extracomunitari nell’ordine del 25%-30% rispetto al totale di assunzioni previste nel biennio 1999-2000 (vedi tabella 14).

Invece, nel settore dei servizi le 1315 assunzioni previste di extracomunitari avverranno “solo” nel 38,3% dei casi in imprese con meno di 50 addetti e si concentreranno soprattutto nei servizi operativi alle imprese, le cui previste assunzioni di 531 extracomunitari costituiranno ben il 47,8% del totale d’assunzioni di tale settore, e nel settore di servizi alle persone che assorbiranno circa 92 extracomunitari, ossia il 34,7% del totale d’assunzioni previste nel biennio 1999-2000.

Queste previsioni sembrano essere in accordo con i dati del collocamento della provincia di Bergamo, i quali mostrano che negli ultimi due anni più del 95% degli avviamenti riguarda figure operaie impiegate non più esclusivamente nel settore industriale, ma anche in quello dei servizi.

Un altro dato significativo è la distribuzione delle assunzioni previste per livello professionale: le persone provenienti dai paesi extracomunitari andranno a ricoprire, nel biennio 1999-2000, il 48,2% dei posti per personale non qualificato in provincia di Bergamo ed il 22,7% dei posti per operai specializzati (vedi tabella 15).

La quota di assunzioni di extracomunitari supera la metà degli inserimenti previsti in quasi tutte le professioni appartenenti al gruppo dei profili non qualificati (personale non qualificato nell’edilizia e nelle miniere, ausiliari addetti all’imballaggio e ai magazzini, facchini, ecc.) e in posizioni di nicchia nelle mansioni di più scarso gradimento (muratori, idraulici e posatori di tubazioni, elettricisti, personale di custodia, addetti ai servizi di assistenza alle persone, personale nei servizi di pulizia).

E’ significativo rilevare che il 42% delle assunzioni previste di extracomunitari, nel biennio 1999-2000, richiederanno formazione aggiuntiva e questo è un indice del crescente investimento formativo dell’imprenditoria bergamasca nei confronti degli immigrati.

Un investimento che conferma la crescente consapevolezza che gli extracomunitari rappresentano una componente irrinunciabile della forza lavoro del comparto manifatturiero bergamasco, un settore molto attento ai margini concorrenziali ed orientato fortemente alle esportazioni ma con manodopera di basso livello scolastico-professionale.

Addirittura, alcuni imprenditori sostengono che la funzionalità di molte produzioni manifatturiere, in cui è richiesta manodopera nei livelli contrattuali inferiori, sarà assicurata nel prossimo futuro da questo consistente flusso di immigrazione proveniente dai paesi extracomunitari in via di sviluppo. Quindi, se tali previsioni troveranno conferma, è plausibile ritenere che la capacità di assorbimento di forza lavoro straniera si manterrà su livelli crescenti e dinamici.

Chiaramente permangono le emergenze legate alla presenza di un’area di irregolarità difficilmente quantificabile e alla crescita in tempi recenti del numero di stranieri provenienti dall’est europeo, portatori di esigenze ed aspettative nuove, che il territorio bergamasco si trova ancora abbastanza impreparato ad affrontare.

 

 

 

 

La complementarità del lavoratore immigrato

 

Nella provincia di Bergamo non è possibile parlare di concorrenza (al ribasso) degli immigrati nei confronti dei lavoratori bergamaschi poiché gli indicatori presentati (riferiti sia agli autoctoni che agli immigrati) quali i tassi di disoccupazione, gli avviamenti al lavoro, i tassi di occupazione e le previsioni occupazionali concordano nel presentare un inserimento complementare del lavoratore extracomunitario in questo sistema economico-produttivo.

Tale ruolo del lavoratore straniero è dovuto al fatto che anche il mercato del lavoro bergamasco, così come in tutte le maggiori realtà produttive dell’Italia settentrionale, sperimenta una segmentazione in due comparti distinti: uno centrale o primario caratterizzato da impieghi (pubblici e privati) molto remunerati o comunque con elevate garanzie contrattuali e normative e un altro marginale o secondario, costituito da attività instabili, poco remunerate e svolte spesso non rispettando pienamente le norme contrattuali-previdenziali.

Da questi due submercati, a loro volta segmentati in altri mercati interni, emerge una differente domanda di lavoratori e i dati a disposizione mostrano che l’offerta di lavoro per il personale extracomunitario proviene dal settore marginale-secondario del mercato del lavoro bergamasco ossia per quelle mansioni meno appetite dagli autoctoni e ormai non più saturate completamente dalla manodopera bergamasca.

All’inizio degli anni novanta la domanda di lavoratori extracomunitari è implicita e non facilmente rilevabile ma, dopo la generale crisi economico – produttiva dei primi anni ’90, diviene sempre più palese ed esplicita, quasi un’esigenza per certe mansioni, a causa della crescente discrasia qualitativa tra domanda ed offerta di lavoro (ossia l’offerta di lavoro bergamasca è incapace di incontrare la domanda in alcune mansioni) e a causa dello sfavorevole turn over generazionale.

Quindi, gli extracomunitari si inseriscono in modo funzionalmente complementare nel mercato del lavoro bergamasco poiché svolgono le professioni rifiutate dai bergamaschi a causa o delle caratteristiche delle stesse occupazioni o perché, come si usa dire secondo la cultura del lavoro bergamasca, “non hanno voglia di lavorare” (è il fenomeno della disoccupazione “volontaria”).

Anzi, le stesse previsioni d’impiego di manodopera extracomunitaria, elaborate dalla Camera di Commercio di Bergamo per il biennio 1999-2000, evidenziano una necessità strutturale di extracomunitari nelle mansioni di basso livello e scarsamente qualificate in quanto si prevedono impieghi di extracomunitari nell’ordine del 50% delle assunzioni complessivamente previste in tali professioni. In altre parole, secondo tali previsioni, l’inserimento lavorativo degli extracomunitari ha superato la semplice funzione della complementarità per giungere a quella della necessità funzionale per l’economia bergamasca per cui si può parlare di una generale integrazione economica/lavorativa per tutti gli extracomunitari occupati stabilmente.

Nella bergamasca, così come in Italia, l’immigrazione è determinata da motivi economici così che l’integrazione economica, in particolare quella sul lavoro, assume una notevole importanza tanto più in una società come quella bergamasca ove la cultura del lavoro costituisce il modello valoriale di riferimento.9

Il problema, e la corrispondente sfida, è il fatto che permane uno scarto tra l’inserimento economico-lavorativo e l’integrazione socio-culturale, tra la cosiddetta cittadinanza economica degli extracomunitari e la loro cittadinanza sociale che si manifesta palesemente nella cronica difficoltà a trovare un’abitazione da parte anche degli immigrati meglio inseriti dal punto di vista professionale. Nel territorio bergamasco l’integrazione nel lavoro, per quanto importante, non è riuscita ancora a produrre un’integrazione degli extracomunitari attraverso il lavoro e questo è segno evidente del fatto che la funzionalità della presenza straniera alle esigenze dell’economia locale non produce immediatamente una loro desiderabilità politica e sociale, nemmeno nella laboriosa bergamasca ove prima di essere cittadini si è lavoratori.

 

 

 

 


 

 

 


 


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3 CAMERA DI COMMERCIO I. A. A. DI BERGAMO – PROVINCIA DI BERGAMO,

Rapporto sull’economia bergamasca (1998-1999), Bergamo, 1999.

 

4 DIREZIONE GENERALE PRESIDENZA, SISTEMA INFORMATIVO REGIONALE, UFFICIO           STATISTICA – ISMU, Atlante dell’Immigrazione in Lombardia. Stranieri residenti 1993–1998,          Regione Lombardia, Milano, 1999.

 

5   LAURA ZANFRINI, Il Mercato del lavoro bergamasco. La partecipazione degli immigrati (le prospettive aperte dal nuovo quadro legislativo), Associazione Artigiani di Bergamo, Bergamo, marzo 2000.

 

6   OSSERVATORIO DEL MERCATO DEL LAVORO BERGAMO – REGIONE LOMBARDIA,

Gli stranieri in provincia di Bergamo 1991-1995, Bergamo, 1996.

7 E. REYNERI, E. MINARDI, G. SCIADA’, Immigrati e lavoro in Italia, in“Quaderni di sociologia del lavoro”, n.64, Franco Angeli, Milano, 1996.

 

8 LAURA ZANFRINI, Il lavoro degli “altri”. Gli immigrati nel sistema produttivo bergamasco, Quaderni ISMU, n.1, 1996.

9 MARCELLO NATALE, SALVATORE STROZZA, Gli immigrati stranieri in Italia. Quanti sono, chi sono, come vivono?, Cacucci, Bari, 1997.